Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Con la prossima fine della guerra allo Stato islamico in Iraq, per il governo iracheno e quello americano sono iniziate le trattative sul futuro stanziamento delle truppe statunitensi in territorio iracheno. Un argomento per ora mai veramente affrontato dall’amministrazione americana che, fino agli ultimi giorni della presidenza Obama, ha tentato in tutti i modi di evitare, consapevoli che il problema fosse molto complesso e che il suo mandato fosse ormai giunto a esaurimento.Nelle ultime settimane, le negoziazioni fra il presidente del governo iracheno Haider al-Abadi e il Segretario della Difesa statunitense James Mattis sono giunte ad un accordo di fondo. Questo accordo, per ora molto basico, prevede la necessità per entrambe le parti che le truppe americane permangano in territorio iracheno. I motivi sono dovuti all’impossibilità, da parte irachena di controllare effettivamente ogni area del Paese e dalla possibilità per gli Stati Uniti di rimanere ancorati a una nazione, quale quella irachena, di fondamentale importanza strategica, sia militare sia economica. I nodi da sciogliere però sono molti e non è detto che si giunga a un accordo nel breve termine.Perché è vero che c’è la volontà politica di entrambi nel mantenere ancora per un certo periodo le truppe americane in Iraq. Ma non c’è alcun accordo né sui tempi, né sulla quantità di uomini, né sui loro compiti. Questioni certamente non sottovalutabile alla luce dell’importanza che ognuna di queste voci ha nel futuro assetto militare e politico del Paese. L’idea del governo americano è abbastanza chiara, e lo stesso Segretario Mattis ha già ampiamente segnalato quali siano le richieste e le prospettive delle truppe statunitensi. Innanzitutto, l’esercito statunitense rimarrebbe in Iraq con un contingente uguale o maggiore rispetto a quello attualmente schierato nel Paese, quindi si andrebbe verso il dispiegamento di almeno settemila uomini. Il contingente americano non costruirà delle proprie basi, ma sarà ospitate nelle basi irachene nei pressi di Mosul e in aree vicino il confine con la Siria. Infine, sempre secondo quanto riportato dal Pentagono, l’utilizzo dell’esercito statunitense sarà soltanto nelle vesti di “consiglieri” e di addestramento delle forze armate irachene fino alla loro completa ristrutturazione.Da parte irachena, il dubbio non è tanto su quanto voglia il governo Al-Abadi, ma su quanto andranno a pesare sulla scelta le dinamiche interne della politica irachena. Il Paese è completamente diviso riguardo questa possibilità di vedere sul proprio territorio truppe straniere, e potrebbe trasformarsi in un problema esplosivo per le già fragili strutture politiche e tribali dell’Iraq dopo la guerra del 2003 e dopo quella attuale.Due leader curdi, Masrour e Masoud Barzani, del Consiglio regionale di sicurezza del Kurdistan, hanno già affermato il loro appoggio a un accordo che preveda lo schieramento di militari statunitensi nel Paese, anche dopo la caduta di Mosul. Un endorsement scontato, alla luce della necessitò curda di avere le spalle coperte dall’esercito americano e per poter imporre, al tavolo della pace, le proprie idee su una maggiore autonomia e maggiore sicurezza.Altre fazioni, invece, hanno già chiaramente detto di non voler alcun tipo di esercito straniero dentro i territori iracheni. In particolare, ad affermare quest’assoluta contrarietà al dispiegamento anche solo di consiglieri militari, è stata la fazione di Al Sadr e tutte le milizie sciite del Paese, che sono un elemento fondamentale della resistenza irachena alla ribellione dell’Isis. E sono anche molti i leader o i personaggi più carismatici e influenti di molte fazioni irachene a volere assumere un ruolo più incisivo in questo delicato momento di scelta del prossimo futuro del Paese, e non hanno nascosto i loro dubbi sul modo di comportarsi del premier Al-Abadi.  L’ex primo ministro Nouri al-Maliki, l’ex presidente iracheno e leader curdo Jalal Talabani e Muqtada al-Sadr sono tra coloro che avranno un enorme peso nella scelta dell’esecutivo iracheno e che vorrebbero partecipare attivamente alle trattative per un accordo che pesa enormemente sul presente e sul futuro dell’Iraq. Altre personalità che potrebbero avere un impatto importante su questo accordo saranno sicuramente il ministro dell’Interno Qasim al-Araj e il ministro della Difesa Erfan al-Hiyali.È chiaro che dietro queste trattative non c’è solo l’assetto militare del Paese, ma la scelta del futuro politico dell’Iraq. Da parte sciita e nazionalista, la paura è che questo mantenimento delle truppe statunitensi coincida con uno schieramento del Paese verso l’asse sunnita a discapito del rapporto sempre più stretto che Baghdad ha costruito con Teheran in questa guerra al Califfato. Il timore è che la presenza di truppe americane tra Mosul e il confine con la Siria comporti da un lato la nascita di quelle zone cuscinetto che divideranno la Siria dall’Iraq, e dall’altro, l’obbligo per l’Iraq di sottostare alla geopolitica americana e ai suoi alleati tra il Golfo Persico ed Israele. Dall’altro lato, l’equilibrismo di Al-Abadi, che ha chiesto che le truppe non siano operative e abbiano solo funzioni di addestramento, sembra doversi confrontare con un’opposizione interna molto forte, che potrebbe far crollare presto il suo esecutivo su un terreno scivoloso quale quello della presenza straniera nel Paese. Un problema non di poco conto per la stabilità di tutto il Medio Oriente.

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