A otto mesi dall’inizio, la crisi presidenziale venezuelana ondeggia tra il tragico e il farsesco. La tragedia è quella di un popolo prostrato da anni di crisi economica, dalla fame e dalla carenza di generi alimentari. La farsa sono certi atteggiamenti di Nicolas Maduro Juan Guaidò, che perseverano in un braccio di ferro pericoloso e molto spesso trovano nella strumentalizzazione di temi apparentemente secondari un’occasione per facili retoriche. Ne è prova la recente disputa sulla gestione di un territorio parte in realtà della Guyana, Paese confinante con la Repubblica Bolivariana.

Vi è poi la complessa trama di relazioni pericolose dei due contendenti. Sia Maduro, riconosciuto internazionalmente e dalle Nazioni Unite, che Guaidò, supportato da buona parte dei Paesi del campo occidentale e dai rivali latinoamericani di Caracas, sono figure ben poche limpide. E le recenti tresche di entrambi con personalità di fama discutibile abitanti oltre i confini del Venezuela, in Colombia, lo dimostrano.

Del resto Bogotá non può non risultare coinvolta dai disordini venezuelani. La Colombia è stata per anni il più irriducibile avversario del governo di Hugo Chavez e Nicolas Maduro, additata da Caracas come l’epicentro di ogni complotto e tentativo eversivo che ha destabilizzato il Paese, ed è ora la meta privilegiata dei profughi venezuelani che a milioni hanno lasciato il disastrato Paese latinoamericano. Contenere il flusso sugli oltre 2.200 chilometri di confine e stabilizzare il Venezuela è un obiettivo che il presidente Ivan Duque sta affrontando pensando che Juan Guaidò possa rappresentare un cavallo vincente. Guaidò nel febbraio scorso, poco dopo l’autoproclamazione a Presidente, ha attraversato il confine con la Colombia per partecipare a un evento internazionale organizzato dal miliardario e proprietario di Virgin Richard Branson. Nell’occasione avrebbe avuto contatti con membri di un potente gruppo di paramilitari narcotrafficanti colombiani, Los Rastrojos. Sul web ha iniziato recentemente a circolare una foto che ritrae il leader dell’opposizione con un membro di Los Rastrojos, prova per Maduro e i suoi di una connivenza che Guaidò ha seccamente negato.

Ma lo stesso Maduro ha scheletri nell’armadio analoghi. Il Corriere della Sera ha ricostruito le relazioni tra il regime di Caracas e la vasta galassia di gruppi di opposizione al governo colombiano che si animano nelle regioni periferiche e rurali del Paese, sottolineando come l’appoggio dei chavisti sia andato via via crescendo mano a mano che si invertiva il flusso nel confine: dopo l’esodo dei colombiani in fuga dal conflitto tra governo e Farc di inizio XXI secolo vi è ora il ben più corposo afflusso dei venezuelani in Colombia. Molto spesso vittima di un traffico di esseri umani spietato.

La situazione in Colombia non è certamente semplice, come ha segnalato in un’intervista al quotidiano colombiano El Tiempo Christoph Harnisch, capo delegazione della Croce rossa nel Paese latinoamericano:  “Oggi ci sono cinque tipi di conflitto armato in Colombia: la guerriglia dell’Eln, l’Epl (gruppo di matrice maoista), il Clan del Golfo, la dissidenza Farc, il conflitto tra Eln ed Epl nel Catatumbo. Minimo comune denominatore: la coca”. Caracas ha sempre negato il suo sostegno a queste guerriglie, procedendo anche a operazioni militari contro cellule presenti sul suo territorio ma, come ha scritto recentemente Federico Larsen su Limesesse sono diventate forze alleate imprescindibili per Maduro: fanno da antemurale in maniera più efficace rispetto ai movimenti campesinos e ai gruppi sociali indigeni ai progetti liberali sponsorizzati dai governi di destra latinoamericani. Portando, di fatto, la guerra in casa al rivale.

Alla crescita di questi movimenti ha contribuito la reazione scomposta del liberalconservatore Duque, che ha concentrato unicamente sul terreno militare la reazione ribaltando la saggia politica di mediazione e di divisione del fronte opposto portata avanti dal predecessore e Premio Nobel per la Pace Juan Manuel Santos. Con l’effetto di creare problematiche per i casi di abusi dell’esercito contro civili scambiati per guerriglieri e narcotrafficanti e di radicalizzare ancora di più questi ultimi fino a un nuovo livello di efferatezza e brutalità. L’instabilità sistemica del Venezuela potrebbe avvolgere la Colombia molto presto se Bogotá non saprà avanzare una strategia regionale e un’azione a tutto campo: e l’unica carta a disposizione è la mediazione tra gli opposti estremismi di Maduro e Guaidò. Che si contendono le spoglie esangui di un Paese prostrato.