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L’ultimo G7 rappresenta soltanto la punta dell’iceberg, la parte visibile di una strategia di contenimento americana nei confronti della Cina tanto necessaria quanto impellente. Gli Stati Uniti sono tornati, ha rimarcato per l’ennesima volta il presidente democratico Joe Biden. Il “ritorno” sulla scena di Washington significa che l’America non lascerà più carta bianca a nessun rivale sistemico. In nessuna questione di politica estera.

Considerando che i funzionari statunitensi considerano Cina e Russia i principali competitor del Paese, – che a spaventare particolarmente la Casa Bianca è Pechino, grazie alla sua enorme mole economica e alla sfida di governance da essa incarnata -, va da sé che i maggiori sforzi di Biden sono tutti incanalati in una precisa tattica di respingimento, volta a silenziare proprio l’ascesa globale del Dragone.

Il G7, dicevamo, è soltanto la classica ciliegina sulla torta. In quel di Cardis Bay, in Cornovaglia, l’erede di Donald Trump ha dato l’impressione di voler essere a capo delle democrazie liberali più importanti del pianeta, chiamate a unirsi per fornire una valida alternativa alla Cina e alle altre autocrazie. Il richiamo delle vecchie alleanze, la riesumazione del multilateralismo in salsa americana e la riattivazione delle tradizionali relazioni diplomatiche con il Vecchio Continente, sono le principali leve attivate da Washington per cercare di bloccare l’avanzata di Pechino in Europa. E altrove?

La carta taiwanese

Se il G7 è servito per risolvere la pratica europea, in che modo gli Stati Uniti conterranno la Cina nel resto del mondo? L’altro scenario caldissimo, se vogliamo più che del contesto europeo, fa rima con Asia. Scendendo nei dettagli, è il cortile di casa cinese a trovarsi nell’occhio del ciclone. Washington sa bene che la Cina sta cercando – e lo farà sempre di più in futuro – di espandere la propria influenza in questa regione strategica. Per infastidire le manovre cinesi, Biden ha dimostrato di poter e voler usare un’altra leva efficace: Taiwan. Il presidente democratico dovrà però stare ben attento a non superare certe linee rosse, a meno di non volersi trovare imbrigliato in un conflitto.

In ogni caso, il portavoce dell’ufficio presidenziale della “provincia ribelle”, Xavier Chang, ha spiegato che l’isola e i membri del G7 condividono gli stessi valori fondamentali, come democrazia, libertà e diritti umani. “Taiwan aderirà sicuramente al suo ruolo di membro responsabile della regione e difenderà anche con fermezza il sistema democratico e salvaguarderà i valori universali condivisi”, ha aggiunto Chang, sottolineando come Taipei continuerà ad approfondire la sua partenership con gli Stati del G7. Nel frattempo Stati Uniti e Taiwan rafforzeranno ulteriormente le loro relazioni, e anche il Giappone ha risposto presente inviando al governo taiwanese ingenti dosi di vaccino anti Covid.

Regioni “periferiche”

Da un punto di vista del soft power, gli Stati Uniti devono recuperare terreno in America Latina e Africa. Già, perché anche queste regioni – seppur perifericamente rispetto ad Asia ed Europa – rientrano nel braccio di ferro sino-americano. Per quanto riguarda l’area latinoamericana, in generale Biden ha dato la sensazione, almeno a parole, di capovolgere la linea politica attuata da Trump (attenzione solo al blocco dell’immigrazione e poco altro). Il punto è che ci sono Paesi, vedi il Cile, ormai entrati in orbita cinese. Basta dare un’occhiata al successo d’immagine derivante dalla recentissima diplomazia dei vaccini promossa da Pechino. Per quanto riguarda l’Africa, le potenze occidentali si stanno organizzando per garantire un’adeguata alternativa ai Paesi attirati dalla Belt and Road cinese. Non a caso, nel corso dell’ultimo G7, Biden ha messo sul tavolo l’idea di proporre una Via della Seta a stelle e strisce, denominata Building Back Better. Vedremo se e come entrerà in funzione.