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La Russia non dimentica l’Africa. E l’agenda di Vladimir Putin è da tempo orientata verso un rafforzamento dei rapporti tra Mosca e il continente africano. Una storia di legami che nasce almeno dai tempi dell’Unione Sovietica, e che il Cremlino ha ricostruito attraverso accordi per l’addestramento delle truppe locali, l’invio dei contractor della Wagner, contratti per la vendita di armi e per l’acquisto di materie prime di cui gli Stati africani sono ricchissimi, fino ad arrivare al campo nucleare.

Questo filo rosso fatto di armi, mercenari, denaro e risorse fa da sfondo a diverse mosse della Russia di questi ultimi anni. E vi sono due notizie che possono far comprendere il ruolo di Mosca in un’area solo apparentemente distante dalle logiche che dominano nel Cremlino.

Le strade della Federazione russa con l’Africa si sono incrociate in diversi Paesi, ma sono due quelli che hanno avuto recentemente degli episodi che hanno dimostrato un collegamento con Mosca: la Guinea e il Mali.

In Guinea, il golpe avvenuto nelle scorse settimane sembra avere più di un legame con il Cremlino. Gli esperti però si dividono. Una parte ritiene che il colpo di Stato dei militari contro Alpha Condé sia in realtà un tentativo di frenare l’espansione russa, dal momento che il leader deposto era accusato di essere “telecomandato” da Mosca. A pesare sono soprattutto gli accordi tra il Paese africano e la Rusal, il colosso russo dell’alluminio, che detiene una larga fetta dei diritti minerari guineani. Il prezzo dell’alluminio è sicuramente un indicatore importante per comprendere il danno inferto al colosso russo. E a questo si deve aggiungere che il colonnello Mahamady Doumbouya, alla guida del golpe, è un uomo che ha prestato servizio nella Legione straniera francese. Quindi legato a quella Parigi che prova a frenare l’avanzata di altre potenze nel suo “cortile di casa”.

Se una parte degli analisti ritiene che questo golpe sia stato un avvertimento anti-russo, dall’altro lato molti fanno il ragionamento opposto. In una approfondita analisi di Nova, ad esempio, si legge che la compagnia di sicurezza privata Wagner – vera e propria forza armata occulta di Mosca – opera da tempo in Guinea. C’è anche chi dice che un video che circola sui social mostri proprio un membro della compagnia russa insieme ai golpisti. E, sempre su Nova, si ricorda come il colonnello Doumbouya abbia incontrato pochi giorni fa l’ambasciatore russo a Conakry, Vadim Razumovskij. Elementi che potrebbero confermare il monitoraggio russo su quanto avvenuto in Guinea. C’è chi sospetta che il colpo di mano possa essere stato in qualche modo “autorizzato” dal Cremlino una volta appurata l’assenza di prospettive future per Condé.

Il golpe in Guinea, in ogni caso, può essere letto anche alla luce di quanto già avvenuto in Mali. Il colonnello Assimi Goita, uomo forte del Paese, ha ottimi legami con Mosca, e il premier ad interim, Choguel Maiga, è stato per molti anni in Russia. Nel Paese esiste una larga parte dell’opinione pubblica che si è dimostrata favorevole all’intervento russo come soluzione agli scontri tra le diverse fazioni. E infine, il 13 settembre, un’inchiesta esclusiva di Reuters ha rivelato che sarebbe tutto pronto per un accordo che consentirebbe ai mercenari russi di entrare in Mali. Accordo che è stato fortemente ostacolato dalla Francia, preoccupata dall’interventismo del Cremlino in quell’area che ha sempre considerato la “Françafrique”, l’Africa francese. Preoccupazione che Emmanuel Macron ha voluto mettere al centro anche dei colloqui con Putin.

Parigi ha provato a sostituire il suo impegno nell’area con quello europeo, ma è chiaro che non può abbandonare l’influenza e le risorse che rendono quella regione fondamentale per la proiezione di Parigi nel mondo. Gli Stati Uniti, da tempo interessati alle mosse russe e cinesi in Africa, stanno cercando di riallacciare i legami con i governi locali. Ma Washington appare molto distante, politicamente e culturalmente, dal complesso mondo africano. Lontananza che Putin ha compreso – al pari di altri leader – e che ora sta cercando di colmare in attesa che l’Occidente decida se ritirarsi o mantenere una presenza militare ed economica nella regione

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