ISCRIVITI ALLE ANTEPRIME GRATUITE
SCOPRI I NOSTRI CORSI

Decine di tifoserie e di club di calcio in giro per il mondo, nell’ultimo mese, hanno riportato in primo piano un tema che la FIFA sta cercando di fare dimenticare: l’esclusione di Israele dal calcio internazionale. Mentre sono riprese le violenze in Palestina, con i nuovi attacchi a Gaza di questi giorni, una parte del mondo del pallone sta cercando di tenere alta l’attenzione negli stadi e non solo: si tratta della campagna Show Israel the Red Card, alla quale si sono uniti diversi gruppi di tifosi e società anche in Italia.

L’iniziativa è stata lanciata il 12 febbraio scorso durante una gara di Champions League dai Bhoys del Celtic di Glasgow, la cui tifoseria è da sempre attiva in favore della causa palestinese. A partire da quello striscione, che recitava “Kick Genocide Out of Football”, altri gruppi ultras hanno iniziato a unirsi alla protesta, generalmente sventolando bandiere palestinesi o esponendo scritte come “Show Israel the Red Card” e mostrando dei grossi cartellini rossi. L’iniziativa converge sui profili social della North Curve, che riunisce il tifo ultras del Celtic, e di Lajee Celtic, la scuola calcio che alcuni tifosi del club scozzese hanno creato all’interno del campo profughi di Aida, in Cisgiordania.

Cartellino rosso per Israele

“L’obiettivo della campagna è abbastanza chiaro: chiedere alla FIFA e alla UEFA di dare seguito al suo stesso regolamento e, di conseguenza, sospendere la Federazione Calcistica Israeliana da ogni competizione alla luce delle ripetute violazioni degli stessi Statuti FIFA di cui si è resa protagonista negli anni”, spiegano gli attivisti del progetto Calcio e Rivoluzione, che stanno curando la campagna sul territorio italiano.

Nel marzo 2022, la FIFA fu molto celere nel sospendere la Russia da ogni competizione (sebbene ora questa decisione potrebbe essere presto revocata), per cui “non si può fare diversamente per chi si è macchiato di un vero e proprio genocidio. Se così non fosse vorrebbe dire che le massime istituzioni del calcio mondiale sarebbero compromesse, applicando quel doppio standard che in questo ultimo anno e mezzo abbiamo imparato a conoscere e che possiamo tranquillamente tradurre con complicità”.

Calcio e Rivoluzione è un progetto nato sui social ma che si è sviluppato in questi anni in particolare attraverso l’attivismo per la causa del popolo palestinese. “Crediamo che la nostra attenzione sul tema, che si traduce in attivismo e non semplice ‘controinformazione’, ci abbia portato soprattutto in questo ultimo anno e mezzo a essere un riferimento all’interno del mondo calcio italiano sulla questione, cosa che ovviamente ha facilitato anche il nostro lavoro di organizzazione e coordinamento della campagna sul territorio.”

In quest’ottica, già nel marzo 2024 era stata lanciata una raccolta firme destinata al calcio italiano, per chiedere alla FIGC di prendere posizione sull’argomento. L’intervento di Calcio e Rivoluzione nella campagna ‘Show Israel the Red Card’ può dunque essere visto come una sorta di prosecuzione di quella iniziativa.

Le tifoserie italiane che hanno aderito

Lo scenario del tifo organizzato in Italia non brilla certo per le sue prese di posizione su temi politici, negli ultimi anni, eppure il nostro Paese si sta rivelando uno dei più sensibili alla causa palestinese. Sfogliando l’elenco degli aderenti all’iniziativa partita da Glasgow si nota come l’Italia sia tra i Paesi da cui provengono la maggior parte delle foto. “A un mese dal lancio della campagna siamo ad oltre 30 azioni in Italia”, confermano da Calcio e Rivoluzione: “Adesioni che ci dicono qualcosa che spesso il potere mediatico di questo Paese tende volontariamente a nascondere circa il potenziale rappresentato dal mondo del tifo organizzato.”

La quota italiana è corposa soprattutto grazie alle società del cosiddetto calcio popolare, un fenomeno tipico del nostro paese. Si tratta di club di calcio amatoriali diffusi in maniera abbastanza omogenea su tutto il territorio, che portano avanti un’idea di sport strettamente connessa all’impegno politico e sociale. Tra di esse troviamo l’Atletico San Lorenzo a Roma, lo United L’Aquila, lo Spartak Lecce, l’Hic Sunt Leones di Bologna e la Polisportiva San Precario di Padova, oltre a molte altre.

“Siamo da tempo impegnati con un comitato cittadino e una raccolta fondi per Gaza”, aggiungono dall’ASD La Paz di Parma: “Questo si deve sia al nostro schieramento politico, sia al fatto che alcuni dei nostri ragazzi hanno origini palestinesi o sono comunque legati a questa causa.” Un’esperienza simile è quella della squadra torinese Comala, collegata all’omonima associazione culturale, che nella passata stagione ha organizzato eventi sul tema invitando Karem from Haifa e BDS Italia. “Eravamo molto attenti da tempo su questa causa, abbiamo avuto anche un nostro giocatore molto sensibile al tema della Palestina. Questo è un grido rivolto alla FIGC”.

“Unirsi a questo tipo di proteste, potenziando nel nostro piccolo un messaggio che piano piano è diventato virale e condiviso da squadre in tutto il mondo, ci ha reso orgogliosi. Il primo giorno di pace potrà arrivare soltanto quando finirà l’occupazione”, dicono poi dal St. Ambroeus, club milanese molto attivo nel sostegno alle comunità migranti e ad altre cause sociali.

Non sono mancate, però, anche le prese di posizione a livelli più alti del calcio italiano. Sono al momento cinque le tifoserie del calcio professionistico nel nostro Paese a essersi unite alla campagna. In Serie A ci sono stati gli ultras dell’Empoli, durante la gara del 23 febbraio contro l’Atalanta, mentre in Serie B c’è stata la coreografia dei tifosi del Pisa nella gara contro la Juve Stabia. La curva pisana è tra le più esplicitamente schierate in Italia sul tema, in particolare da quando nel febbraio 2024 una manifestazione di studenti in città venne violentemente repressa dalla polizia.

Ci sono poi state anche due adesioni in Serie C, da parte delle tifoserie di Ternana e Virtus Verona, e più di recente si sono aggiunti pure alcuni tifosi della Juve Stabia, club che milita in Serie B. “In Italia c’è un movimento che dal basso si organizza e che prova a riprendersi quello spazio che rappresenta il calcio in quanto fenomeno sociale di massa”, spiegano i curatori italiani di Show Israel the Red Card: “Questo è forse il lascito più importante di una campagna che comunque ancora non è terminata e che nel prossimo futuro proseguirà in altre forme.”

Il rischio della repressione

Schierarsi su questo tema è certamente più semplice e meno rischioso in Italia rispetto ad altri Paesi, come ad esempio la Germania o, pensando al di fuori del perimetro sportivo, negli Stati Uniti. Ciò non toglie che anche nel nostro Paese si possa occasionalmente andare incontro a difficoltà. Nel turno del 15 marzo, i sostenitori della Juve Stabia che hanno esposto nel settore Distinti un grosso cartellino rosso e la scritta “Israel” macchiata di sangue, non hanno potuto portare sugli spalti l’intera scritta della campagna a causa della sicurezza dello stadio.

Lo striscione esposto dalla Curva Est della Ternana con lo slogan della campagna ha comportato una multa di 300 euro alla società da parte del Giudice sportivo, ufficialmente perché la sua esposizione allo stadio non era stata precedentemente autorizzata. “Questa campagna non è a costo zero per le realtà che ne hanno preso parte, alcune del quali sono finite nel mirino della repressione con minacce di Daspo, diffide, etc”, commentano infatti gli attivisti di Calcio e Rivoluzione.

Repressione che comunque non è limitata al contesto italiano, in questo caso. Nell’ultimo turno del campionato scozzese, anche la tifoseria del Celtic si è vista soggetta a misure di contrasto da parte della polizia, che ha impedito a un gruppo di circa 200 sostenitori del club di recarsi allo stadio per il Derby contro i Rangers. Il giorno prima, la dirigenza del Celtic aveva esplicitamente vietato l’esposizione sugli spalti di simbologie politiche durante l’incontro.

E d’altronde già alla fine del 2023 la società di Glasgow aveva bandito dallo stadio per circa due mesi la Green Brigade, il suo principale gruppo ultras, che si era schierata per la Palestina fin dall’inizio degli attacchi israeliani su Gaza.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto