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Quando la trasferta a Washington è stata programmata, circa un mese fa, a tenere banco era indubbiamente la questione siriana: in quei giorni, Recep Tayyip Erdogan aveva da poco iniziato l’offensiva anti curda nel nord del Paese arabo, l’intero medio oriente guardava a quanto stava accadendo in questa zona della Siria. Quell’attacco per adesso è terminato, anche se non sono mancati scontri anche in questi giorni, ma questo non ha reso sterile e privo di contenuti l’incontro previsto questo mercoledì alla Casa Bianca proprio tra Erdogan e Donald Trump. Anzi, sono diverse le questioni in ballo nel bilaterale tra i due. Ed è molto difficile rispondere già alla prima domanda che viene in mente pensando al vertice delle prossime ore: sarà un incontro tra due alleati o tra due leader non allineati?

lEttere, minacce e improvvise riconciliazioni

Il faccia a faccia atteso a Washington sarà di fatto tra due persone che nelle ultime settimane si sono sentite a distanza, tra missive e telefonate a volte riconcilianti ed a volte inusuali per due membri della Nato. Trump avrà di fronte a sé quello stesso Erdogan a cui, il 9 ottobre scorso e dunque alla vigilia del via delle offensive turche anti curde, ha scritto in una lettera di poche righe in cui asserisce di essere pronto a distruggere l’economia di Ankara nel caso di attacco in Siria. Ed Erdogan, dal canto suo, avrà di fronte a sé quello stesso Trump a cui ha rinfacciato ufficiosamente pochi giorni dopo di aver gettato nel cestino quella missiva. Allo stesso tempo, il presidente turco sa bene che nello studio ovale parlerà con l’attore principale che ha permesso, tramite la sua decisione di ritirare le truppe americane dal nord della Siria, l’inizio dell’offensiva contro le milizie curde.

Uno strano rapporto dunque, la cui ambiguità si è trasferita poi sul piano politico e diplomatico. Non si comprende bene se Usa e Turchia siano ancora da considerare alleati. Ankara è dentro la Nato, ma da anni oramai fa quel che gli pare ed anzi tiene sotto scacco, con l’arma dell’immigrazione, l’Ue. Dopo il fallito golpe del 2016, Erdogan ha guardato sempre più verso oriente e soprattutto verso la Russia, acquistando da Mosca anche gli S-400. Proprio nel mese scorso, nel bel mezzo della crisi nel nord della Siria, il presidente turco ha fatto i capricci quando si trattava di ricevere la delegazione Usa inviata da Trump per cercare una tregua, annunciando prima e smentendo poi di non avere intenzione di riceverla. Al contrario, quando invece si è trattato di andare da Putin per trattare sui curdi, il “sultano” non ha perso tempo ad indirizzare il suo aereo di Stato verso la Russia. 

Da Washington nel frattempo sono arrivati, proprio sul caso siriano, altri messaggi ambigui: come detto, Trump ha sì permesso l’inizio dell’offensiva turca contro i curdi, poi però ha scritto una lettera di minacce contro Erdogan ed ha imposto sanzioni. Poche ore dopo aver preso quest’ultima misura, lo stesso Trump ha parlato della Turchia come di un paese affidabile ed ha revocato ogni sanzione. Il filo tra Ankara e Washington dunque è apparso scosso da azioni che, a più riprese, si sono rivelate continuamente in contraddizione.

I nodi sul tavolo del bilaterale

Ecco perché dunque è in primo luogo difficile capire che tipo di incontro sarà quello tra Trump ed Erdogan, sia sul piano umano che politico. Anche perché, oltre alle questioni emerse dall’attacco turco in Siria, sono diverse le problematiche sul piatto dell’incontro di questo mercoledì a Washington. Anche su un’azione apparentemente svolta con reciproca collazione, ossia l’individuazione del covo del leader Isis Al Baghdadi il 27 ottobre scorso, sono in seguito nate altre dispute. Erdogan infatti, ha rivendicato l’azione delle sue forze speciali per la cattura di alcuni membri della famiglia di Al Baghdadi, con operazioni avvenute nei primi giorni di novembre. Nei suoi più recenti discorsi, il presidente turco ha sottolineato il ruolo del suo paese nella lotta al terrorismo dell’Isis, dichiarando di aver contribuito alla sicurezza anche degli alleati, dunque anche degli Usa. Ma ha avanzato una pretesa importante: l’estradizione di Fethullah Gulen. Quest’ultimo è il nemico numero uno di Erdogan e si trova dall’inizio degli anni 2000 negli Usa.

Gulen è il magnate che guida un suo movimento politico e culturale con una visione conservatrice dell’Islam, che inizialmente ha aiutato anche Erdogan ad arrivare al potere nei primi anni di attività dell’Akp, il partito del presidente. Poi tra i due è arrivata la rottura, con Gulen che ha preferito volare negli Usa. Ma secondo il leader turco, il magnate ha continuato a sostenere la sua organizzazione, contribuendo a mettere in piedi una rete accusata proprio da Erdogan di costituire uno Stato parallelo interno alla Turchia. Ed è per questo che il sultano adesso vuole la sua testa. Nel bilaterale, il caso relativo alla posizione di Gulen potrebbe essere tra i più spinosi. Al pari del recente via libera del congresso Usa sul riconoscimento e sulla condanna del genocidio armeno compiuto, durante la prima guerra mondiale, dalle autorità ottomane. Una mossa questa che ha irritato e non poco il governo di Ankara.

Alla Casa Bianca si parlerà inevitabilmente anche della questione legata alle forniture militari. Gli Usa non hanno gradito l’acquisto degli S-400 russi, escludendo la Turchia dal programma di sviluppo degli F-35. In generale, ufficialmente ad incontrarsi a Washington saranno due leader alleati, ma nei fatti il bilaterale atteso questo mercoledì si sta presentando carico di tensioni e contraddizioni. E sarà quindi importante osservare i volti, prima ancora delle dichiarazioni, dei due presidenti nel corso della conferenza stampa finale.





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