Mai forse, da quando a partire dal 2002 in Afghanistan si organizzano le elezioni, lo scenario che precede le consultazioni nel paese asiatico risulta così surreale. E questo già la dice lunga su quello che ci aspetta il prossimo 28 settembre, data in cui in teoria dovrebbero aprirsi le urne.

I candidati in lizza

Sono diciotto coloro che si contendono la poltrona di capo di Stato, ma solo in pochi hanno concrete chance di vittoria. Il favorito è l’uscente Ashraf Ghani: eletto nel 2014, l’ex funzionario della Banca Mondiale non si distingue particolarmente dal predecessore Hamid Karzai. Proprio questo forse rende ancora più surreali le prossime elezioni: chiunque riesce ad entrare come vincitore all’interno del palazzo presidenziale di Kabul, non ha in mano il potere reale di governare o cambiare le sorti del paese. E questo per una duplice ragione. In primo luogo, perché dal 2002 chiunque è presidente dell’Afghanistan viene soprannominato “sindaco di Kabul“, visto che soltanto nella capitale le istituzioni statali riescono in qualche modo ad avere una forma di controllo del territorio. In secondo luogo, perché di fatto le sorti del paese sono in balia delle decisioni della coalizione internazionale stanziata dalla caduta dei talebani e, in primo luogo, degli Stati Uniti.

Gli afghani, anche nella stessa Kabul, non sembrano quindi così propensi ad andare al voto e danno alle elezioni una valenza sempre più marginale. A questo occorre aggiungere che la violenza sta segnando in maniera perentoria la campagna elettorale che volge al termine, con numerosi attentati che si contano sia nella capitale che nel resto dell’Afghanistan. Proprio a causa della violenza le consultazioni vengono spostate da giugno a settembre e, visto il clima attuale, non è così improbabile l’idea di un nuovo rinvio.

Oltre a Ghani, i principali candidati sono in parte gli stessi di cinque anni fa. A partire dall’attuale premier, e principale sfidante del presidente cinque anni fa, Abdullah Abdullah: quest’ultimo è posto alla guida del governo dopo aver contestato per diverse settimane l’esito del voto del 2014 e, al suo terzo tentativo, adesso spera di poter sopravanzare lo sfidante di cinque anni fa. Altro possibile pretendente alla vittoria è l’ex consigliere alla sicurezza nazionale, Hanif Atmar. Possibile un ballottaggio: vince infatti solo chi supera il 50% + 1 dei consensi, diversamente si procede ad un secondo turno tra i due candidati che ottengono più voti.

La trattativa con i talebani

A rendere ancora più surreale il clima pre elettorale in Afghanistan, è il fatto che la vera questione per il futuro del paese non si gioca all’interno dei seggi elettorali bensì all’estero. In particolare, tutto ruota attorno alle possibili trattative con i talebani. Gli studenti coranici che governano a Kabul dal 1996 al 2001, scalzati dall’intervento Usa scatenato dalla protezione loro offerta ad Osama Bin Laden, controllano buona parte dell’Afghanistan. Le zone rurali del paese sono nelle loro mani, in molte province i talebani si sostituiscono allo Stato e creano problemi di sicurezza lì dove ufficialmente le forze afghane e quelle della coalizione a guida Usa detengono il controllo.

I talebani dunque sono ancora i veri protagonisti della vita politica del paese, tanto che nei prossimi giorni risulta in programma un round di trattative nientemeno che a Camp David. Gli Usa, impegnati nel paese da 18 anni senza aver ottenuto la fine definitiva del movimento islamista, sembrano voler trattare in cambio della fine definitiva della guerra. Nei giorni scorsi il presidente Trump svela questa trattativa ma, al tempo stesso, preannuncia di annullare alcuni incontri previsti con rappresentanti talebani proprio a Camp David. Una brusca frenata, motivata dal fatto che Trump non ritiene affidabili gli studenti coranici a seguito di altri attentati compiuti nelle ultime settimane. 

Ma quella di abilitare i talebani all’interno di un dialogo di pace, è una proposta in itinere da alcuni mesi e che, probabilmente, nonostante la frenata degli ultimi giorni potrebbe essere riproposta. Ed è proprio su questo che l’Afghanistan, prima ancora che con le elezioni, si gioca il suo futuro.