Le stragi in Sudan arrivano fino al calcio: il caso del Manchester City e degli Emirati Arabi Uniti

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Sabato 1° novembre, un gruppo di persone si è riunito fuori dall’Etihad Stadium, che il giorno seguente avrebbe ospitato una gara casalinga del Manchester City, per una protesta. Il motivo della contestazione non era dovuto, una volta tanto, alle prestazioni della squadra, ma alla sua proprietà, accusata di finanziare la guerra in Sudan.

Il Manchester City è infatti dal 2008 di proprietà degli Emirati Arabi Uniti, che notoriamente sostengono la milizia Rapid Support Forces (RSF), responsabile dei recenti massacri in Darfur e da due anni in guerra contro l’esercito sudanese. In realtà, il governo di Abu Dhabi ha sempre negato un proprio coinvolgimento nel conflitto, ma diverse fonti giornalistiche e di intelligence lo danno per certo.

Proprio lo scorso giugno, il New York Times aveva pubblicato un articolo che ha sollevato meno dibattito di quanto avrebbe dovuto, ma che è finito per tornare di attualità negli ultimi giorni. I giornalisti Declan Walsh e Tariq Panja raccontavano con dovizia di particolari come il proprietario ufficiale del City, Mansour bin Zayed Al Nahyan, sia di fatto l’uomo che controlla la politica estera degli Emirati Arabi.

Lo sceicco Mansour è vice Presidente e vice Primo Ministro, nonché fratello di Mohamed Al Nahyan, Presidente emiratino e sovrano di Abu Dhabi. La lista dei suoi contatti politici è sterminata, e lo ha portato a stringere legami con alcuni dei più spietati signori della guerra. Nel febbraio 2023 aveva incontrato ad Abu Dhabi il leader ceceno Razman Kadyrov e il generale sudanese Mohamed Hamdan Dagalo, il capo delle RSF, che solo due mesi dopo si sarebbe ribellato al governo di Khartoum.

Ma i legami tra il Manchester City e il Sudan non si limitano a degli incontri con tempistiche sospette. Mansour è accusato di sostenere attivamente le RSF, inviando armi e droni in Sudan e sfruttando come copertura i voli con aiuti umanitari per il Paese. Le armi verrebbero consegnate ai paramilitari in ospedali che gli Emirati Arabi hanno fatto costruire nel vicino Ciad, sempre per volontà dello sceicco Mansour. E molte di queste armi sarebbero state prodotte nel Regno Unito e successivamente vendute al governo emiratino, nell’ambito di una serie di accordi facilitati in parte dagli investimenti di Mansour nel calcio inglese.

Il calcio per creare terreno fertile per i commerci; i commerci per comprare armi, che vengono poi rivendute a milizie amiche nel Terzo Mondo. Il fine ultimo degli Emirati, almeno in Sudan, è di controllare alcune importanti risorse strategiche. Quella più discussa è l’oro, che rappresenta uno dei principali export del Paese del Golfo: Dubai è stata infatti trasformata in un grande centro di raffinamento dell’oro, in linea con la sua fama di città moderna e lussuosa.

Ma agli Emirati interessa anche controllare Port Sudan, un fondamentale nodo commerciale sul Mar Rosso. Nel dicembre 2022, i due governi avevano siglato un accordo per lo sviluppo di un nuovo porto più a Nord, ad Abu Amama, con gli Emirati pronti a stanziare 6 miliardi di dollari nel progetto. Ma il Sudan è anche un obiettivo strategico per la sicurezza alimentare di Abu Dhabi: è un Paese con un’economia prevalentemente agricola, che potrebbe sfamare buona parte della popolazione emiratina. Prima che scoppiasse la guerra, il governo sudanese aveva rifiutato una proposta di accordo emiratina per la fornitura di risorse agricole.

In queste dinamiche, il calcio potrebbe sembrare un argomento marginale, rispetto agli interessi geopolitici e al genocidio in corso nel Paese africano. Ma in realtà questa vicenda rende ancora più evidenti le problematicità degli investimenti sportivi da parte di Stati sovrani, già da tempo al centro del dibattito in Europa.