”Il coronavirus è il peggior fallimento dell’intelligence nella storia americana”. È questo il titolo dell’articolo pubblicato su Foreign Policy dal politologo statunitense Micah Zenko. Nel recente passato, forse, gli Stati Uniti non si sarebbero mai lasciati cogliere di sorpresa da un evento del genere che, calcolatrice alla mano, ha già provocato più morti di Pearl Harbor (2.403, nel 1941) e dell’11 Settembre (2.996, nel 2001).

La pandemia di Covid-19 ha colto di sorpresa quello che fino a pochi anni fa era considerato dall’opinione pubblica il Paese numero uno al mondo. Il più forte militarmente, il più preparato ad affrontare ogni minaccia, il leader assoluto nel prevenire i pericoli grazie al suo efficiente lavoro di spionaggio. Ora, se gli attentati terroristici di 19 anni fa contro il World Trade Center e il Pentagono avevano creato una piccola crepa sulla corazza Usa, la Sars-CoV-2 l’ha completamente distrutta.

Il controspionaggio di Pechino

Il re è nudo, si dice in casi del genere. E non potrebbe essere altrimenti, visto che la diffusione mondiale del Covid-19 è la prova evidente di come l’intelligence americana sia stata letteralmente massacrata da quella cinese. Nel 2017 il New York Times faceva luce proprio su questo aspetto con un articolo profetico: ”Uccidere informatori della Cia. La Cina ha paralizzato le operazioni di spionaggio americane”. All’epoca nessuno avrebbe mai pensato che l’operato del Dragone, unito al lassismo americano, avrebbe potuto influire sul nuovo coronavirus. E invece è andata proprio così.

I primi casi di pazienti infetti da Covid-19 appaiono in Cina, a Wuhan, nel dicembre 2019. Nessuno, ufficialmente, sa che quelle persone hanno contratto un virus che di lì a pochi mesi avrebbe gettato nel caos il mondo intero. Ma soprattutto nessuno sa che da mesi, nel capoluogo della provincia dello Hubei, ci sono diversi cittadini ricoverati per una strana sindrome respiratoria che ricorda la Sars. Come ha sottolineato L’Espresso, la ricostruzione americana fa risalire le prime notizie su questa misteriosa malattia tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2019. Molto prima che l’opinione pubblica accendesse i riflettori su Wuhan.

Informazioni incomplete o sbagliate?

Washington riceve le informazioni da una sua fonte sul campo: un cinese che per lavoro può entrare nel laboratorio di massimo biocentinmento dell’Istituto di virologia di Wuhan. Non conosciamo il nome dell’informatore. Sappiamo soltanto che, pur non appartenendo alla Cia, fa parte del team clandestino arruolato dagli Stati Uniti per avere occhi e orecchie sul campo cinese, nel caso specifico a Wuhan. Di questa squadra facevano inizialmente parte oppositori del governo ed esponenti della comunità universitaria della città.

Abbiamo usato il passato, perché, come ha ricordato il New York Times, di quel gruppo di informatori restano pochi superstiti. Il motivo è semplice. Da quando Xi Jinping, nel 2013, è diventato presidente della Cina, Pechino ha smantellato, pezzo dopo pezzo, la rete su cui poteva contare Washington. ”Il governo cinese ha sistematicamente smantellato le operazioni di spionaggio della Cia nel Paese a partire dal 2010 e, nei due anni successivi, ha ucciso o imprigionato più di una dozzina di fonti Usa, paralizzando la raccolta di informazioni americana”, scriveva tre anni fa il quotidiano americano. Oggi il controspionaggio cinese ha distrutto anche gli ultimi residui dell’oliata rete americana, la stessa che in passato era quasi sempre riuscita a centrare l’obiettivo.

La talpa cinese e l’informatore di Washington

Come ha fatto il Dragone ha sradicare la presenza della Cia nel proprio territorio? Per maggiori informazioni chiedere a Jerry Chun Shing Lee, un cittadino americano ex agente della Cia. Il signor Lee ha lavorato nei servizi segreti Usa dal 1994 al 2007 e conosceva diversi segreti dell’intelligence, tra cui i nomi degli informatori statunitensi in Cina. Nel 2018 è stato arrestato dall’Fbi all’aeroporto di New York per spionaggio. In sostanza Jerry Lee lavorava per gli Stati Uniti ma era una talpa. Ed è grazie a lui che Pechino sarebbe riuscita, tra il 2010 e il 2012, a smantellare la rete di intelligence americana in Cina.

Torniamo ai giorni nostri. L’informatore cinese che nell’autunno 2019 aveva avvisato gli Stati Uniti sulle polmoniti atipiche è sparito dai radar. C’è chi dice che sia stato ucciso e chi pensa che possa essersi ”venduto” a Pechino. Non sappiamo, quindi, se le notizie che quest’uomo ha dato a Washington erano già filtrate dal governo cinese per mettere fuori strada gli Usa. Certo è che la Casa Bianca si è fidata della sua versione e ha trattato il Covid-19 come se fosse una banale influenza. La morte del dottor Li Wenliang ha improvvisamente fatto capire all’amministrazione americana che la situazione era in realtà più grave del previsto e che le informazioni prese per vere erano incomplete. O, peggio, probabilmente menzogne.

Fuori strada

Sarebbero state le fonti cinesi su cui contavano gli Stati Uniti a mettere fuori strada la Cia. Altro che virus potenzialmente pericoloso: nell’ottobre 2019 la pista seguita dagli americani era quella dell’influenza. Perché dubitare? D’altronde quelle notizie arrivavano dalla citata rete arruolata nelle università scientifiche di Wuhan. Per giunta la punta di diamante dell’intero sistema era un cinese con accesso al laboratorio di virologia della città. Insomma, Washington pensava di essere in una botte di ferro.

In ogni caso, sempre a ottobre, il controspionaggio del Dragone divora gli ultimi informatori su cui poteva contare la Cia. Spariscono molti informatori, anche il cinese addetto al laboratorio. A quel punto la situazione precipita. Washington non sa più a chi affidarsi. Pare che la Cia decida di arruolare qualche 007 tra tra gli accompagnatori degli atleti Usa che dal 18 al 27 ottobre sono impegnati a Wuhan per i Giochi mondiali militari. I risultati sono tuttavia deludenti.

Le proteste di giugno

Morale della favola: gli Stati Uniti non sanno cosa sta succedendo nello Hubei e non sono neppure più sicuri che quel virus sia una specie di influenza. Ma la rete ormai è smantellata e non si può più indagare. Gli Stati Uniti non avevano fatto i conti con quanto era accaduto a Wuhan in estate. Tra il giugno e il luglio 2019, migliaia e migliaia di cittadini erano scesi in strada a manifestare contro gli amministratori locali. Il casus belli era la costruzione di un inceneritore di rifiuti.

Le proteste durarono giorni e fecero schizzare sull’attenti l’intero Partito comunista cinese. Il timore di una nuova Tienanmen era altissimo e così Pechino represse la rivolta. Non solo: il governo pensò subito alla possibile regia esterna. Detto altrimenti, un tentativo proveniente dall’estero (Usa) per rovesciare il sistema politico cinese. Proprio in questo momento il controspionaggio cinese accelera e e va a caccia di spie straniere all’interno dei campus. Quando scoppierà l’epidemia gli Stati Uniti si ritroveranno a corto di informatori.