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Mai come in questa campagna elettorale la politica estera ha avuto un ruolo di primo piano nel dibattito pubblico. L’Italia si è scoperta – tardivamente – più che interessata dalle dinamiche internazionali, specialmente per gli effetti che questa può avere anche in termini di concreti interessi del singolo elettore. E se per diverso tempo il posizionamento di Roma nello scacchiere internazionale è stato visto come un argomento secondario della discussione politica, oggi, con la guerra in Ucraina ma soprattutto con un enorme sommovimento geopolitico in corso, si è capito che è un tema non più relegabile alle “retrovie”. La politica estera abbraccia, infatti, tutti i campi su cui si gioca la sicurezza, la stabilità e il futuro del Paese. E questo lo si vede non solo nell’approvvigionamento energetico – elemento fondamentale del dibattito odierno – ma anche nella stessa idea di come l’Italia si debba porre (o imporre) rispetto ad alcune dinamiche diplomatiche, economiche, politiche e strategiche che la interessano. Perché è da come l’Italia si proietterà all’estero e nei rapporti di essa con le sfide regionali e mondiali che si comprenderà anche il modo in cui il governo saprà reagire alle complesse sfide che si presentano in questo travagliato terzo decennio del terzo millennio.

Il peso della guerra in Ucraina

La guerra in Ucraina di certo non può che occupare un posto di primo piano. Da essa, infatti, scaturisce un insieme di conseguenze che pesano sensibilmente sull’Italia, a cominciare dalla questione della diversificazione delle fonti energetiche fino al tipo di rapporto che si deve continuare mantenere on instaurare con la Russia, con la Nato, con l’Unione europea e con gli Stati Uniti. I problemi in questo caso sono duplici: da un lato si deve capire, qui e ora, come mitigare gli effetti negativi delle sanzioni a Mosca e i costi della crisi speculativa che pesano sull’economia italiana, anche gestendo le trattative in sede europea; dall’altro lato, comprendere in che modo il governo possa muoversi nei rigidi schemi atlantici ed europei e decidere se perseguire nell’attuale linea di piena adesione alla linea Nato e occidentale o porsi in un’ottica di maggiore volontà di dialogo con il Cremlino, di certo non di apertura, magari spingendo di nuovo sull’asse con Parigi e Berlino. Questo specialmente nell’ottica non solo del brevissimo termine, ma anche nel medio periodo: un arco temporale che spesso viene quasi rimosso dalle logiche degli esecutivi italiani. Superare la logica dell’emergenza e dell’inseguimento delle contingenze comporta il pensare da qui ai prossimi anni, definendo anche una strategia ad ampio spettro sulla politica estera che deve mettere in campo l’Italia.

Le sfide lungo la nuova cortina di ferro sono certamente urgenti, ma a cascata si ripercuotono su tutto un intricato meccanismo di dossier che non possono mancare sul tavolo di chi governo Palazzo Chigi. L’approvvigionamento energetico e i rapporti con i principali partner di questo settore implicano, infatti, una necessaria politica italiana di impegno verso tutti gli Stati che sono fornitori sempre più importanti di idrocarburi. L’Algeria, in primis, ma anche l’Azerbaigian, le monarchie arabe, gli Stati Uniti, nonché i più recenti (o potenziali) esportatori verso l’Italia tra cui i Paesi dell’africa subsahariana, Cipro, l’Egitto, Israele. Con essi, altrettanto fondamentali risulteranno i rapporti con quei Paesi attraverso i cui territori o le rispettive acque passano gasdotti, oleodotti o elettrodotti che sono e saranno centrali nelle dinamiche energetiche, e dunque geopolitiche: tra questi, particolare attenzione meritano indubbiamente Turchia e Grecia, ma anche i Paesi del Sahel qualora si evolvesse la possibilità di sfruttare i giacimenti nigeriani.

I vari dossier dell’Italia

Tutto questo implica necessariamente un delicato equilibrismo nei rapporti regionali, che si fonda sulla necessità di blindare i legami con tutti quei Paesi che sono fondamentali non solo per l’energia, ma anche per la stessa stabilità del sistema italiano. I dossier aperti non sono pochi, e in alcuni di questi, gli interessi si intrecciano in maniera inestricabile, fondendo molteplici questioni di carattere strategico. Uno su tutti la Libia, Paese cruciale per l’agenda di chiunque entra a Palazzo Chigi eppure spesso dimenticato da molti degli ultimi esecutivi. Tripoli ribolle, e mentre Turchia e Russia sembrano gestire in condominio le diverse fazioni, l’Italia subisce in prima battuta gli effetti del caos che domina sul Paese nordafricano. Un tema non troppo diverso da quello che riguarda il Sahel, altra regione su cui Roma non può evitare di proiettare la propria strategia in quanto fortemente connessa al Nord Africa e alla sicurezza degli interessi italiani non solo in Africa ma in tutto il Mediterraneo allargato. Un caos ormai sistemico che rischia di creare intorno all’estero vicino italiano una sorta di vera e propria cintura di fuoco e priva di stabilità che unisce i deserti del Sahel e gli altopiani dell’Etiopia fino a lambire il Medio Oriente.

Nell’ottica di un governo che dovrà inevitabilmente pensare non solo all’oggi, ma anche al domani, servirà dunque mettere mano a diversi temi su cui la politica italiana deve iniziare ad avere non solo voce in capitolo, ma anche semplicemente idee precise. Le priorità, in questo senso, non sono poche. Partendo dal presupposto che la linea europea e atlantica non è messa in discussione da alcuna forza che punti al governo del Paese, la necessità a questo punto è quella di inquadrare in modo più netto – e a tutela dell’interesse nazionale – le relazioni con Washington e Bruxelles, ma anche con Pechino e Mosca così come con le varie cancellerie che orbitano intorno a questa nuova “guerra mondiale”, come l’ha definita Papa Francesco. A questo, si aggiungono ulteriori priorità di cui tenere conto. Definire i rapporti interni all’Unione europea, con il trattato del Quirinale che garantisce un’intesa con la Francia e l’idea di un accordo simile sull’asse con la Germania. Comprendere ancora in modo chiaro gli effetti della Brexit nel momento della sua piena attuazione. Definire come citato in precedenza, un piano d’azione concreto per la Libia e per il Sahel.

Infine, non sottovalutare alcuni dossier spesso ritenuti secondari, dall’Artico all’Asia centrale, dai Balcani al Golfo Persico, dall’Indo-Pacifico (fondamentale nella sfida tra Cina e Stati Uniti e per il commercio mondiale) fino al Sudamerica. Senza dimenticare anche un Medio Oriente in continua ebollizione, tra Libano e Iraq: aree in cui l’Italia può o potrebbe avere un peso maggiore e dove sicuramente ha interessi strategici da tutelare, come dimostrato anche dalle diverse missioni militari che coinvolgono il Paese.

Un mondo in trasformazione

Tavoli aperti su cui non può mancare anche una certa capacità di osservare l’andamento delle dinamiche interne della singole potenze e Stati. Perché il governo che scaturirà dal voto del 25 settembre potrebbe infatti essere sostenuto da una legislatura che dovrà comprendere anche gli sviluppi della debole leadership americana e della indebolita leadership russa. L’ipotesi che Putin non sia a capo del Cremlino nei prossimi anni non è un elemento secondario data la sua leadership sulla Federazione Russa. Mentre Joe Biden – la cui presidenza appare già fragile – finirà il mandato con le elezioni del 2024. La Cina, colosso di questa nuova fase geopolitica, appare più vulnerabile del previsto, con una crisi economica ancora difficilmente inquadrabile e con tutti i rischi che comporterebbe una paralisi del gigantesco sistema economica di Pechino (cosa che può colpire anche la leadership di Xi Jinping). La Turchia si avvicina a nuove fondamentali elezioni nel 2023. Mentre la debolezza della nuova presidenza di Emmanuel Macron si unisce alla precaria stabilità del cancelliere tedesco Olaf Scholz. Tutti elementi che se uniti alla crisi economica e di sicurezza che contraddistingue l’intero pianeta, fanno comprendere come la sfida del nuovo esecutivo italiano sarà anche quella di rimanere stabili e fermo in un mondo in continua evoluzione.

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