L’America Latina è cambiata dall’ultimo viaggio ufficiale di Joe Biden da vicepresidente degli Stati Uniti nel 2016. La stagnazione della crescita, il divario sociale, la fragilità delle istituzioni e la dilagante corruzione – lo scandalo Odebrecht ha coinvolto nove paesi – , hanno condotto a un crollo della fiducia nella democrazia e proteste di larga scala, anche in nazioni stabili come il Cile. La firma degli accordi di pace in Colombia si è dovuta confrontare con la realtà di un aspro conflitto residuale e la persistenza violenta del narcotraffico. In Venezuela si è generata una paralisi. La polarizzazione partitaria determina quasi ovunque le scelte politiche. In Brasile e Messico, il diffuso sentimento anti-establishment ha installato governi di stampo populista. Inoltre, si prevede che la contrazione economica, provocata dalla pandemia, metterà a rischio due decadi di progresso nell’eradicazione della povertà.

Ciò nonostante, Biden porta alla Casa Bianca un’esperienza significativa, superiore a quella dei suoi predecessori, con 16 missioni in otto anni, e un dossier che include l’apertura storica a Cuba e un piano per l’emergenza migratoria nel triangolo nord del centroamerica del 2014, poi complicata da posteriori drammatiche ondate. Non ha risparmiato critiche al presidente uscente per l’atteggiamento intimidatorio adottato nella regione  e ha auspicato un ritorno a un dialogo responsabile e rispettoso. Ristabilire il primato degli Stati Uniti, dove tra l’altro la Cina va guadagnando terreno, non può certo prescindere dall’articolazione di un sistema di partenariato. Sarà chiave il ruolo del capo della diplomazia, Antony Blinken, alto funzionario del dipartimento di stato dell’amministrazione Clinton, e segretario di stato aggiunto di quella Obama, dal 2015 al 2017.

Non tutti si sono rallegrati per l’esito delle elezioni americane. Il transazionismo opportunistico, e l’approccio non interventista, su temi come lo stato di diritto e lo sfruttamento delle risorse naturali, di cui Trump è stato protagonista, hanno rafforzato il potere interno di Jair Bolsonaro e Andrés Manuel López Obrador, i quali hanno atteso il riconteggio dei voti per riconoscere la vittoria di Biden. L’impegno manifestato in politica estera per la difesa dei “valori americani”, la democrazia, l’integrità, e l’ambiente, gli aliena una parte della leadership attuale, in una fase in cui dovrà ricostruire il multilateralismo indispensabile per affrontare crisi di grande portata. Prima tra tutte, l’ininterrotto flusso di migrazioni irregolari dal Centroamerica.

Il nuovo presidente ha promesso un investimento di 4mila miliardi di dollari per abbordarne le cause strutturali ed è scattata un’accorta negoziazione con il Messico per il controllo della frontiera nel rispetto degli standard di protezione internazionale. Sebbene queste misure daranno frutti sperati, i recenti disastri naturali in Nicaragua e Honduras, la persistenza della pandemia, la perdita di posti di lavoro, e la recrudescenza delle condizioni di vulnerabilità degli esclusi, richiedono repliche immediate, e possono sfociare, da un momento all’altro, in ulteriore agitazione popolare e turbolenza politica – lo scorso novembre in Perù si sono alternati tre presidenti in otto giorni. Si dovrà quindi lavorare, in parallelo, su molteplici livelli di contingenza, senza perdere l’opportunità di forgiare una visione continentale che riconosca l’importanza strategica dell’America Latina.

Nel ventesimo secolo, le fondamenta dell’ordine mondiale promosso dagli Stati Uniti erano rappresentate dall’alleanza atlantica; nel ventunesimo, tuttavia, con l’affermarsi di poteri alternativi, finanziari, economici, tecnologici, e militari, si rende necessario un ventaglio più ampio per sostenere le ambizioni geopolitiche. La regione è caratterizzata da viscerali divisioni ideologiche, alcune tensioni di sapore parrocchiale, e una radicata introversione. Aprire a conversazioni di maggiore traiettoria, dove i paesi trovino il proprio spazio, al lato di Washington, nella governance globale, per esempio, della cyber-sicurezza, il clima, e la congiuntura sanitaria, serve tale scopo, rompendo vecchi schemi, creando prossimità e terreno comune. Resta da coniare un linguaggio consono a una interazione di questa natura.

Un’occasione è data dal prossimo Summit delle Americhe, appuntamento triennale, che si terrà in autunno con la presidenza americana. L’approvazione di una proposta bipartisan esistente che consiste nel dedicare il 35 per cento del budget della corporazione finanziaria degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale all’America Latina e i Caraibi dimostrerebbe il superamento sia delle ostilità dell’epoca di Trump sia di tanta usuale retorica, e darebbe forma a una cooperazione di lungo termine. La regione deve accelerare la ripresa economica e, allo stesso tempo, rispondere alle istanze di trasparenza ed equità della cittadinanza: l’agenda di Biden, sintetizzata nel lemma Build Back Better, può essere di guida. I candidati alle presidenziali in Brasile del 2022 si stanno già ispirando alla sua campagna come un modello per confrontare la macchina di Bolsonaro.

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