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Se si digita su YouTube il nome della città di Erbil, i primi video che spuntano sono quelli girati in discoteche e che mostrano al mondo intero la ‘vita notturna’ e la ‘movida’ di questo luogo; a guardare le immagini, non sembra esserci nulla di diverso rispetto ad Ibiza od a Rimini: ragazzi festanti con il drink in mano, ragazze intervistate che dichiarano di ambire a diventare modelle e poi tutta una serie di inquadrature a negozi con i marchi occidentali o a grattaceli dall’aspetto nordamericano.

Si stenta a credere che i video in questione siano girati a circa 80 km dalla linea del fronte dove i peshmerga stanno da due anni in prima linea contro i miliziani dell’Isis; Erbil è infatti la città più grande e rappresentativa del Kurdistan iracheno, nonché il capoluogo di questa regione autonoma, lì dove Masud Barzani ha impiantato un vero e proprio feudo che dal 2005 in poi conferisce a lui ed al suo partito i due terzi dei voti ad ogni elezione che si tiene in questa zona sempre più staccata da Baghdad. Uno Stato nello Stato, che Barzani aspira non tanto segretamente a far diventare indipendente, anche se fino ad oggi i presupposti per vedere in Erbil una nuova capitale del Medio Oriente sono ben lontani, almeno da un punto di vista politico.

Da un punto di vista meramente economico e sociale, il divario con il resto dell’Iraq è sempre più marcato; se prima la differenza principale era nell’appartenenza etnica e nella lingua, curda per l’appunto e quindi ben diversa da quella araba, adesso attraversare i confini che dalle province irachene conducono a quelle autonome curde vuol dire entrare in mondi del tutto differenti. I video di Erbil ne sono una dimostrazione; dal 2004 in poi, dopo la caduta di Saddam Hussein, il Kurdistan iracheno ha approfittato delle difficoltà dello Stato centrale iracheno a ricompattarsi per diventare sempre più autonomo e trasformarsi sempre di più in un’entità ben distinta da quella di Baghdad. E così, su questa regione, sono piovuti fiumi di investimenti specialmente occidentali e turchi; Ankara in particolare, sul petrolio del Kurdistan iracheno sta puntando molto, così come sta puntando sullo stesso Barzani, visto come leader agli antipodi rispetto alle idee del PKK: in effetti, il suo Partito Democratico del Kurdistan non ha nulla a che vedere né con il i curdi siriani della Rojava e né con l’irredentismo dei curdi in Turchia, mentre con i ‘cugini’ curdo – iracheni dell’UPK di Talabani è entrato in un confronto duro sfociato con la guerra civile interna alla regione del 1996, in cui Barzani è uscito vincitore grazie anche all’appoggio dato da Saddam Hussein.Per approfondire: In trincea con i curdiÈ in questo quadro che, con la caduta del partito Baath del 2003, il Kurdistan iracheno ha ricevuto forte impulso dall’occidente e così, mentre il resto dell’Iraq era preda di violenze settarie e di attentati, questa regione ha potuto trarre notevoli benefici economici trasformandosi in una vera e propria enclave occidentale nel cuore del medio oriente. Ecco il motivo della rincorsa ‘all’occidentalizzazione’ dei suoi giovani, mentre la stessa Erbil viene via via trasformata in una città piena di grattacieli e con infrastrutture moderne a partire dal suo nuovo aeroporto. Ma tutto questo, in realtà, appare come una vera e propria messa in scena; il capoluogo di questa regione autonoma, così come l’intero Kurdistan iracheno appaiono proiettati verso un certo tipo di sviluppo solo nei video, veri e propri ‘spot’ compiacenti ai tanti occidentali che qui hanno tutto l’interesse a pompare tanto petrolio.

Ecco, proprio il petrolio da queste parti sta assumendo le sembianze di una vera e propria ossessione; la nascita di nuovi pozzi, la rincorsa all’oro nero, la crescita di numerose raffinerie, stanno trasformando tutto il paesaggio del Kurdistan iracheno: un tempo verde, in parte, oppure brullo vicino le montagne del nord, oggi appare quasi come un’unica distesa grigia disseminata di pozzi petroliferi dove lungo le strade dissestate vi è un continuo traffico di camion cisterna con scritte in turco o con loghi di aziende occidentali.Lo spot di una Erbil lontana dalla guerra, con discoteche aperte tutta la notte e con modi di vita occidentali, è conclamato oramai essere un vero e proprio falso ben distante dalla dura realtà e questo perché, in primo luogo, Barzani con il suo partito hanno fatto del petrolio l’unica fonte di reddito della regione e l’economia appare ben distante da una più che auspicabile diversificazione. L’agricoltura è sparita, scomparsa sommersa dai pozzi dell’oro nero, l’allevamento di bestiame è quasi assente, la campagna curda si va spopolando ed i quartieri popolari delle città principali iniziano a vivere condizioni di degrado; ma non solo: nel 2014, quando il governo di Barzani ha deciso di vendere autonomamente il petrolio senza destinare una goccia od un solo centesimo al governo centrale, Baghdad ha chiuso i rubinetti dei trasferimenti previsti dagli accordi che istituzionalmente reggono in piedi la regione autonoma. Da allora, specie per l’abbassamento del prezzo del greggio, il petrolio non è più bastato per chiudere i bilanci ed ecco che, giusto per fare un esempio, i dipendenti pubblici (25% della forza lavoro del Kurdistan iracheno) da cinque mesi non vengono pagati, mentre il 20% della popolazione risulta ad oggi vivere sotto la soglia di povertà e, in alcune interviste apparse su diversi quotidiani stranieri, tra molti cittadini emergono nostalgie per il governo di Saddam Hussein, che certo con i curdi non vestiva mai i panni della colomba.

Da considerare inoltre, che tutto questo ha ripercussioni nella lotta all’Isis; i peshmerga vanno pagati, le munizioni vanno comprate, ma le casse vuote impongono una frenata ad ogni investimento per la guerra contro il califfato. Non è un caso che l’offensiva su Mosul abbia subito una brusca frenata da parte curda, con la battaglia per la terza città irachena che verosimilmente verrà affidata nelle mani dell’esercito iracheno.

Dal canto suo, Barzani appare in difficoltà e questa forse è l’unica buona notizia dell’intera vicenda del fallimento del ‘suo’ modello del Kurdistan; infatti, per restare al potere ed appianare la crisi economica, che ad Al Sulaymaniyya (città più ‘irrequieta’ della regione non vivendo di terziario e servizi legati al governo come Erbil) ha già provocato numerose proteste con scontri, probabilmente il suo governo si vedrà costretto a rivalutare la sua ampia autonomia sia economica che nella vendita di greggio all’estero. Baghdad ha già offerto il pagamento della sua quota, sospesa nel 2014, in cambio di petrolio; di certo, il modello di sviluppo così tanto vantato anche in ambito occidentale e spesso proposto come ‘unica’ via per il medio oriente, adesso svela tutte le sue criticità: il petrolio ha arricchito solo l’elite, il sogno di una società occidentalizzata anche nei costumi oggi appare un mero spot per le visualizzazioni sui canali YouTube e la popolazione spera al contrario di non vivere più con l’ossessione del petrolio. Intanto Baghdad viene rivalutata anche ad Erbil e lo sfaldamento dello Stato iracheno appare al momento lontano e sembra proprio che sarà l’esercito dello stato centrale a mandare avanti la lotta contro i miliziani jihadisti.





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