Si aprono le urne negli Usa, chiamati a rinnovare completamente la Camera dei Rappresentanti e circa un terzo del Senato in un voto di midterm percepito come fondamentale dal Presidente Donald Trump e dal Partito Repubblicano, al primo grande test della nuova esperienza di governo, e praticamente vitale per un Partito Democratico in cerca di identità in un Paese diviso mai come ora.

Stando agli ultimi sondaggi, i democratici potrebbero essere altamente in corsa per concretizzare l’obiettivo di rendere Donald  Trump una cosiddetta “anatra zoppa” conquistando la maggioranza alla Camera, che secondo Real Clear Politics si giocherà in 39 seggi ritenuti in bilico, con i democratici vicini alla maggioranza assoluta di 218 deputati. Per l’istituto Rasmussen, invece, i repubblicani sarebbero in vantaggio nel voto popolare aggregato con il 46% dei suffragi.

Alcune battaglie elettorali locali, quindi, potrebbero risultare fondamentali in ottica nazionale. E questo ci ricorda la peculiare natura del voto di midterm, che più di ogni altra elezioni coniuga le aspettative dell’elettorato dei singoli Stati o distretti. A cui si sovrappone, al tempo stesso, la straordinaria polarizzazione che divide i due grandi partiti. Oggi, infatti, “quel clima che faceva unica l’America non c’è più e anche la battaglia di martedì  è caricata di un peso e un valore che tradizionalmente non ha mai avuto”, scrive Corrado Ocone su Formiche. “Non credo che ciò dipenda dall’atipicità della figura e delle idee del presidente in carica, come vorrebbe la retorica comune. O, meglio, quella anormalità si inscrive, sempre a mio parere, in un processo di più lunga data ed è lo specchio di un Paese il cui elettorato tende a polarizzarsi e dividersi su posizioni sempre più estreme”.

Un midterm da 5 miliardi di dollari

I 5,2 miliardi di dollari di spesa che le elezioni di midterm hanno attratto rappresentano un record per qualsiasi voto non presidenziale della sfida americana. I collegi, soprattutto della Camera, maggiormente in bilico hanno mobilitato quantità enormi di fondi che superano di gran lunga la spesa cumulata dei partiti che concorrono in una campagna elettorale nazionale in Italia. 

Con 80 milioni di dollari, in cima a questi collegio estremamente dispendiosi si situa, scrive la Cnbc, il sesto distretto della Georgia, in cui la detentrice del seggio, l’ultraconservatrice Karen Handel, sfida l’attivista democratica Lucy McBath, fautrice di severi controlli alle armi. Questa è solo una delle sfide in cui, in maniera assolutamente iconica, due Americhe si troveranno a confliggere.

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Il più ricco e popoloso Stato dell’Unione, la California, vede 5 dei suoi distretti elettorali nella classifica dei 10 più “cari”, e non è un caso: Stato storicamente favorevole ai democratici nel voto presidenziale, la California contiene tuttavia al suo interno diverse roccaforti conservatrici. I repubblicani detengono infatti 14 seggi che i democratici dovranno necessariamente insidiare agli avversari per aver speranze di una solida maggioranza. 

Anche il Senato può riservare sorprese

Se la corsa al Senato appare più favorevole ai repubblicani, che stanti il minor numero di seggi da difendere partono da una posizione di forza, anche nel voto per il Campidoglio potrebbero aprirsi scenari interessanti.

In casa democratica è da monitorare l’ascesa di Beto O’Rourke, che in Texas ha lanciato il guanto di sfida a Ted Cruz, ex avversario di Trump alle primarie repubblicane, mentre Joe Manchin, senatore democratico della West Virginia, ha chiuso nelle ultime settimane la campagna inseguendo l’avversario Patrick Morrisey sul terreno del conservatorismo più radicale al fine di colmare un gap nei sondaggi che si va via via accentuando.

Testa a testa in Arizona tra l’ambientalista Kyrsten Sinema e l’ex aviatrice militare Martha McSally, che punta a occupare il seggio di Jeff Flake. Dopo il ritiro di quest’ultimo e la morte di John McCain, per il Partito Repubblicano nello Stato si è aperta una nuova fase, dato che i due incarnavano l’ala più radicalmente distante dal Presidente Trump in campo conservatore.

Al Senato i repubblicani potrebbero potenzialmente incrementare il proprio margine: lo scenario più plausibile, quello che vede le due ali del Congresso controllate da uno dei due partiti, appare però la migliore garanzia per un biennio turbolento e litigioso sino alle elezioni del 2020, vero referendum su Trump. L’America intanto dà un primo giudizio e attende: ma le sue divisioni interne potrebbero amplificarsi ulteriormente dopo questo midterm senza precedenti.