Donald Trump non ha mai nascosto una certa simpatia per il proprio omologo russo, Vladimir Putin, e nelle prime fasi della presidenza si è circondato di personaggi del calibro di Rex Tillerson e Steve Bannon, favorevoli ad un riavvicinamento con il Cremlino per ragioni di realpolitik, raffreddamento del clima mondiale di scontro e, soprattutto, in funzione anti-cinese.

I tempi di Tillerson e Bannon sono finiti e stanno per esaurirsi anche quelli della stessa amministrazione, che il prossimo 3 novembre lotterà per una riconferma nelle elezioni più tese della storia recente degli Stati Uniti. Giunti a questo punto, è legittimo sostenere che il tramonto sembra essere calato definitivamente sull’ambizione storica di anteporre la collaborazione all’ostilità che ha tradizionalmente caratterizzato le relazioni russo-americane; anzi il Sole non si è mai alzato veramente su tale proposito.

L’ultima conferma del deterioramento è giunta nella giornata del 20 luglio, quando il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha introdotto delle sanzioni contro uno dei più noti politici della scena russa: Ramzan Kadyrov.

Le sanzioni contro Kadyrov

Le sanzioni sono state annunciate il 20 luglio e colpiscono direttamente Kadyrov, sua moglie Medni Kadyrova, e le sue figlie, Aishat e Karina. Si tratta della finalizzazione di un processo iniziato nel 2018, anno in cui l’amministrazione Trump ha iniziato ad implementare delle misure di rappresaglia economica nei confronti del circolo di potere ceceno per via delle presunte violazioni di diritti umani che avverrebbero nella repubblica ai danni della comunità omosessuale.

Queste ultime ritorsioni sono, invece, di tipo fisico e prevedono il divieto di ingresso su suolo statunitense dei soggetti in questione. Mike Pompeo, il segretario di Stato nonché il firmatario delle sanzioni, ha anche invitato gli alleati degli Stati Uniti ad “adottare simili misure” così da incrementare le possibilità di riuscita della strategia della terra bruciata che sta prendendo piede contro l’ordine kadyroviano, la cui esistenza è complementare e vitale ai fini del funzionamento del sistema putiniano.

Nel documento si legge che “il Dipartimento possiede informazioni credibili, in grande quantità, che [imputano] a Kadyrov la responsabilità di numerose e gravi violazioni dei diritti diritti umani, risalenti a più di un decennio fa, che includono la tortura e le uccisioni extragiudiziali”.

Le sanzioni contro Kadyrov giungono al termine di una lunga stagione di omicidi eccellenti avvenuti all’interno della diaspora cecena in Europa. Diversi sono stati i paesi scossi dalle operazioni di eliminazione fisica, come Francia ed Austria, ma non sono stati trascurati anche luoghi più lontani dai riflettori, come la Polonia. Uno ed uno soltanto il motivo conduttore di queste azioni: uccidere persone ritenute, da Mosca e da Grozny, vicine o parte integrante della galassia del separatismo islamista del Caucaso meridionale che da quasi trent’anni miete vittime in tutto il territorio della federazione.

Ma secondo le autorità europee, le vittime non avrebbero avuto alcun legame con il terrorismo e verrebbero uccise perché conosciute in patria, ovvero in Cecenia, per il loro attivismo antigovernativo e la loro aperta ostilità nei confronti di Kadyrov.

La reazione russa

Kadyrov non è sembrato particolarmente interessato alla questione delle sanzioni fisiche nei suoi confronti, anche perché non ha mai mostrato il desiderio di recarsi negli Stati Uniti ed è improbabile che lo avrebbe manifestato anche nel prossimo futuro, con o senza sanzioni. Riconfermando la sua vena di provocatore, il presidente ceceno ha invitato Pompeo a recarsi nella piccola repubblica per un confronto e per vedere con i suoi occhi il supporto di cui godrebbe presso la popolazione.

Il Cremlino ha comunicato che si sta valutando in quale modo reagire alla provocazione e che, sebbene sia difficile la realizzazione di una rappresaglia equivalente, “si troverà un modo per rispondere”. La replica più pacata e il velo di preoccupazione che traspaiono dall’evidenziare la necessità, e la difficoltà, di trovare metodi di ritorsione adeguatamente proporzionati si devono ad un motivo: il completamento del quadro sanzionatorio nei confronti di Kadyrov, che è il presidente di una repubblica autonoma, spiana la strada all’allargamento della campagna di pressione inaugurata da Barack Obama per ragioni che esulano dalla questione ucraina e sono più intime, poiché riguardano gli affari interni della Russia e, più nello specifico, delle singole repubbliche che la compongono.

Un’accusa, anche non supportata da prove, concernente i presunti abusi che starebbero avvenendo in qualche luogo della vasta federazione, questo è quel che basta agli Stati Uniti, e ai suoi alleati, per applicare nuove sanzioni contro l’intero paese ed i suoi massimi esponenti. Ieri è stato Kadyrov, ma domani potrebbe essere una qualsiasi altra repubblica e per un qualsiasi altro motivo; l’obiettivo ultimo resta in ogni caso la delegittimazione del Cremlino all’interno dei suoi stessi confini.

Chi è Ramzan Kadyrov

Ramzan Kadyrov è figlio di Akhmad, un politico e religioso tanto abile quanto opportunista che nel corso della prima guerra cecena combatté affianco dei separatisti mentre allo scoppiare della seconda, comprendendo il significato dell’entrata in scena di Putin, decise di cambiare fronte, offrendo al Cremlino il proprio aiuto e la propria consulenza su come operare nel territorio.

Per i suoi servigi, Akhmad fu ricompensato con un ruolo-guida nell’amministrazione transitoria della repubblica, assumendo poi la presidenza nel 2003. Ad ogni modo, non riuscì a finire il mandato, poiché cadde vittima di un attentato di jihadisti ceceni l’anno seguente.

La storia della Cecenia insegna che Grozny ha sempre bisogno di un re e che la sua elezione debba avvenire in tempi rapidi. Quel re deve anche corrispondere alla figura del principe machiavelliano, ovvero essere dotato di una prudenza salvifica, di una consapevolezza di ciò che lo circonda e di ciò su cui comanda e di una grande dose di lungimiranza per sopravvivere alle trame di palazzo, che nel caso in questione equivalgono a degli attentati.

Per via di questi motivi, Putin decise che il trono di Grozny sarebbe dovuto andare al figlio di Akhmad, Ramzan, onde evitare sanguinose lotte di successione e la nuova caduta della repubblica nell’anarchia. Ramzan è stato quindi nominato presidente della Cecenia nel 2007 da Putin in persona, per mezzo di un decreto presidenziale, e da allora ha costruito un sistema di potere in stile neosovietico, ricalcante la struttura delle dittature del Turkestan, che si è rivelato efficace nel placare l’insurgenza ma ha destato preoccupazioni e sospetti anche all’interno della stessa Russia.

Ciò nonostante, l’ascesa di Kadyrov è stata fondamentale nella stabilizzazione della repubblica e nel fornire supporto ai russi nella lotta ai secessionismi di ispirazione jihadista del Caucaso settentrionale; inoltre i Kadyrov sono l’unica carta di cui dispone il Cremlino in Cecenia, luogo in cui i sentimenti filorussi non sono mai stati diffusi, né è stato possibile radicarli, e dove l’identitarismo locale ha storicamente assunto forme di violenta e difficilmente controllabile insurgenza sin dai tempi delle guerre russo-persiane.

Senza i Kadyrov, il diluvio; questo è il motivo che spinge il Cremlino a monitorare con attenzione e da vicino ogni evento che li riguarda, come le sanzioni. Però, il prezzo da pagare per la salvezza della Cecenia, dal cui destino dipende la stabilità dell’intero Caucaso settentrionale per via dell’inestricabile legame che collega le realtà turco-musulmane della regione, è stato elevatissimo: l’accettazione passiva di un disegno islamista che ha portato alla completa de-russificazione della repubblica e alla fuga in massa di slavi e ortodossi.

Il pubblico occidentale ignora la complessità della scacchiera russa, ma la preoccupazione per il fato della Cecenia è stata una delle ragioni dietro la decisione di Putin di rivalutare il proposito di abbandonare la politica a scadenza del termine presidenziale e di benedire l’emendamento costituzionale sull’abolizione del vincolo dei due mandati. Chiunque sia destinato ad ereditare il trono del Cremlino, dovrà essere capace di vigilare su quello di Grozny, e questo Putin lo sa bene: il futuro della Russia dipende anche da questo.

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