C’è una narrazione piuttosto omogenea intorno alle recenti vicende che si stanno verificando negli Stati Uniti. I principali media occidentali, cosiddetti mainstream, sembrano infatti descrivere un unico scenario che legherebbe la pandemia del covid-19 che ha colpito gli States insieme all’ondata di proteste conseguenti all’omicidio di George Floyd: ovvero il costante declino di Donald Trump.

I media mainstream danno ormai Trump per sconfitto

Dovremmo essere tuttavia piuttosto abituati ormai alla descrizione caricaturale con cui i canali di informazione tendono ad identificare Trump: un presidente che sarebbe dedito a costanti gaffes, fake news, oltre che eccessivamente sopra le righe e talvolta propagatore di messaggi d’odio.

Un personaggio che, sempre secondo la vulgata, si troverebbe ad occupare lo studio ovale per uno strano scherzo del destino che lo ha visto sopravanzare Hillary Clinton di pochi punti percentuali alle elezioni del 2016. Una cavalcata che i media si dicono certi non possa in alcun modo ripetersi, considerati anche i sondaggi più recenti che danno il candidato democratico Joe Biden in vantaggio di dieci punti.

Ecco questa narrazione vedrebbe quindi nelle recenti iniziative di Trump, tra cui la condanna delle proteste e l’apparizione con la Bibbia in mano, come degli autogol elettorali, in piena sintonia con le tradizionali gaffes del tycoon. Eppure sembrerebbe esserci qualcosa di eccessivamente semplicistico in questo ragionamento, che non terrebbe invece conto della storia americana e delle infinite risorse comunicative dell’attuale Presidente.

Le proteste potrebbero avvantaggiare Trump

È il giornale britannico Telegraph che, nonostante l’esplicita avversione verso Trump, tenta di dare una lettura più profonda di questi ultimi fatti. Secondo il giornalista Tim Stanley esisterebbero infatti buone probabilità che “la durata nel tempo delle proteste potrebbe aiutare la rabbia di Trump a sedurre l’America”. Nell’articolo si fa un paragone storico tra il clima di tensioni e proteste di piazza che animarono l’America nel 1968 con quelle attuali.

Anche nel 1968 si tennero le presidenziali e a spuntarla fu il candidato repubblicano Richard Nixon. Un uomo che dal 2016 è stato spesso accostato a Trump e che, come auspicato in un recente tweet del tycoon, aveva promesso all’America di restaurare “legge e ordine”. Non solo questo. Sempre il Telegraph fa infatti notare che le principali proteste, quelle culminate in momenti di maggiore tensione, si sono svolte “in città e Stati controllati dai democratici”. Così come la città di Minneapolis e lo Stato del Minnesota dove è avvenuto l’omicidio di George Floyd.

Si tratta di un dato per nulla irrilevante e che dovrebbe far propendere alcuni media tradizionali ad un maggiore prudenza di giudizio, prima di lasciarsi andare in entusiastiche previsioni per le presidenziali.

I principi tradizionali per compattare l’elettorato

L’incapacità di tenere a bada l’esplosione delle proteste potrebbe essere infatti attribuita a quei sindaci e quei governanti democratici che hanno effettivamente un controllo diretto del loro territorio. “Law & Order” è poi un principio tutt’altro che esclusivo nella cultura politica americana, ma si tratta di una convinzione popolare (si pensi alla celebre serie televisiva dall’omonimo titolo) accettata in maniera piuttosto trasversale anche in ambito politico, dai repubblicani ai democratici. Anche l’esibizione della Bibbia non è da interpretare come un semplice gesto macchiettistico, ma come ponderato richiamo alla difesa dei valori tradizionali, dopo che alcuni manifestanti avevano appiccato un incendio presso la chiesa di St. John di Washington. Occorre ricordare che al momento dell’insediamento i Presidenti americani giurano proprio sulla Bibbia.

In questi quattro anni di presidenza Donald Trump ha dimostrato di essere tutt’altro che uno sprovveduto, passando indenne anche un’accusa di impeachement. Eppure la sua più grande qualità finora è stata forse quella di riuscire a passare come tale facendosi sempre sottovalutare dagli avversari.

Oggi come nel 2016 il fronte democratico progressista sembra infatti aver ritrovato l’entusiasmo, proprio a fronte della comune convinzione dell’inettitudine dell’avversario e della conseguente impossibilità di una sua vittoria. Oggi come allora l’effetto a sorpresa, non compreso, di Trump, potrebbe risultare decisivo nelle votazioni.

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