Il wrestling ha assunto un ruolo nella liberalizzazione dei costumi in Arabia Saudita. Alla King Abdullah International Stadium di Jeddah, due giorni fa, si è svolta la Greatest Royal Rumble, una tipologia di incontro in cui vince l’ultimo che rimane sul ring. L’evento, che è stato organizzato dalla major americana Wwe, ha avuto un enorme riscontro mediatico. Considerate le sessantamila persone presenti e il numero di fuochi artificiali utilizzati nel corso delle sei ore, la cifra spesa dagli arabi non dovrebbe essere di poco conto. 

L’Arabia Saudita vuole dimostrare al mondo la concretezza dell’annunciata rivoluzione dei costumi. La concessione della patente alle donne e la riapertura dei cinema sarebbero solo due di una serie di tappe previste dal principe Mohammed bin Salman. La WWE, però, non ha potuto far lottare le sue donne. La compagnia americana, durante questi ultimi mesi, ha rinforzato la divisione femminile con la firma di Ronda Rousey, ex lottatrice di MMA e ora punta di diamante delle lottatrici dello sport entertainment made in Stamford, ma i principi arabi hanno imposto una card, cioè una lista di incontri, priva di presenze femminili. 

Non solo: subito dopo lo svolgimento dell’evento, l’autorità sportiva dell’Arabia Saudita ha diramato un comunicato stampa in cui ha chiesto scusa agli spettatori presenti nell’arena e a quelli che hanno guardato il pay per view attraverso la televisione. Il motivo? La WWE, la compagnia presieduta da Vince McMahon, che è uno storico amico e sostenitore pubblico del presidente Donald Trump, ha mandato in onda uno spot pubblicitario in cui erano presenti esponenti del gentil sesso. Una scena che è stata definita “indecente” a causa degli abiti indossati da queste lottatrici. Americanizzazione e liberalizzazione sì, insomma, ma secondo le comuni restrizioni presenti in quella nazione. 

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Curiosa, poi, la disposizione del pubblico presente a Jeddah: i principi e i nobili erano posizionati a ridosso del ring, mentre la popolazione comune era distanziata dalla nobiltà da una corsia di almeno dieci metri. Una “novità” che non si era mai vista nei palazzetti americani, dove tradizionalmente si svolgono questo genere di eventi. Si è assistito così a uno spettacolo verso il quale i nobili sono sembrati abbastanza impassibili, mentre i cori e i boati del pubblico sono risultati poco udibili a causa della distanza dalle telecamere e dal lottato. Qualche lottatore, poi, ci ha messo anche del suo. Un wrestler di colore è finito per sbaglio sotto al ring suscitando le ilarità del pubblico e dei commentatori, mentre il finale di uno dei match principali sarebbe statobotchato” dai due lottatori. “Botchare“, in linguaggio tecnico, significa eseguire in modo non corretto quanto previsto durante la scrittura  dagli “sceneggiatori”. Un finale che la compagnia di Stamford si è apprestata a definire “controverso”.

Mohammed bin Salman, alla fine dell’evento, è salito sul ring per consegnare coppa e trofeo al vincitore della contesa finale. Donald Trump, com’è noto, ha partecipato in più di un’occasione agli spettacoli della Wwe. Linda McMahon, la moglie di Vince, è la direttrice dell’agenzia americana delle piccole imprese dell’amministrazione repubblicana. La Greatest Royal Rumble, in definitiva, ha certificato ancora una volta la prossimità del Regno dell’Arabia Saudita all’universo trumpiano. 

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