Un nuovo affronto a firma di Kim Jong-un, reo di aver scagliato due missili balistici a corto raggio in direzione del Giappone, promette di disegnare nuovi scenari all’interno della rediviva Guerra fredda. Il primo test balistico eseguito da Pyongyang dell’era Biden, infatti, ha puntato nuovamente il faro su uno dei nodi gordiani più amari per gli Stati Uniti.

Le reazioni dei principali attori di questo nuovo scenario non sono state di per sé scomposte ma tradiscono già alcune intese ormai più che in fieri. Mosca, infatti, chiede dialogo, Pechino fa lo stesso e perfino Biden, pur sottolineando la violazione delle norme internazionali, si è dichiarato aperto alla via diplomatica. Ergo, la Corea del Nord è ormai un problema per tutti, un detonatore nel bel mezzo dell’Asia: Kim Jong-un ne è ben cosciente e si guarda intorno da navigato schizofrenico istrione qual è.

Il primo segno delle liaisons dangereuses nordcoreane è rinvenibile nello strano soggetto nato alcuni giorni fa – il Group of Friends in Defense of the Charter of the United Nations– nel quale accanto a Pyongyang c’è un temibile triangolo asiatico composto da Cina, Russia e Iran assieme ad Algeria, Angola, Bielorussia, Bolivia, Cambogia, Cuba, Eritrea, Laos, Nicaragua, Saint Vincent e Grenadine, Siria, Venezuela e territori palestinesi.

Un gruppo che “si sforzerà di preservare, promuovere e difendere la prevalenza e la validità della Carta delle Nazioni Unite … fornendo una piattaforma, tra le altre cose, per promuovere la prevalenza della legalità sulla forza …”. Una risposta all’opzione multilateralista di Biden? Un tentativo di infilarsi fra “quelli che contano”? Forse entrambe le cose, ma sta di fatto che vedere Kim Jong-un patrocinare tale iniziativa è un già un ossimoro di per sé.

I rapporti con Pechino

Al centro di questo rimescolamento di carte sembra esserci Pechino che, a modo suo, tende la mano alla Corea: solo pochi giorni fa il presidente cinese Xi Jinping, tramite diplomatici di alto livello di entrambi i Paesi, ha scambiato messaggi verbali con il leader supremo nordcoreano che, a sua volta, avrebbe aggiornato il leader cinese sui risultati dell’8° Congresso del Partito dei lavoratori del gennaio scorso.

Le fonti sottolineano, inoltre, che durante quell’incontro di alto profilo, Kim ha definito gli Stati Uniti come il “principale nemico” della Corea del Nord, promettendo di “adottare una strategia abile nei confronti degli Stati Uniti e di espandere costantemente la solidarietà con forze indipendenti antimperialiste”. Kim ha espresso il desiderio che il suo Paese e la Cina canalizzino i loro sforzi per contrastare i poteri avversari. Questa vicinanza si evince anche dall’attenzione che i media nordcoreani hanno per le vicende cinesi e per i flussi importanti tra cittadini coreani in Cina e Pyongyang, che mantengono vivo il dialogo fra le due nazioni.

La cooperazione missilistica con l’Iran

Ma nell’orizzonte di Pyongyang c’è anche Teheran con la quale formava i due vertici dell’axis of evil risalente alla presidenza di Goerge W. Bush. Qualche giorno prima dei sopracitati scambi con la Cina, il ministro degli Esteri nordcoreano Ri Son Gwon si è unito a diverse nazioni per esprimere un messaggio di saluto all’Iran in occasione del Capodanno persiano, il nowruz. Nel messaggio si parla di relazioni amichevoli e di cooperazione tra i due Paesi, di sostegno reciproco e cooperazione sull’arena internazionale. Anche l’Iran è oggetto dell’attenzione dei media di stato sempre attenti, come il Pyongyang Times, a cogliere ogni sfaccettatura della vicenda delle sanzioni, dei rapporti con gli Usa e della faida Iran-Israele.

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Infografica di Alberto Bellotto

 

Nuovi rapporti sulla cooperazione missilistica (tra i quali uno delle Nazioni Unite datato 2020) tra la Corea del Nord e l’Iran sottolineano il fatto che Teheran non rinuncerà mai al suo programma di sviluppo missilistico. Quale il vero scopo? Secondo molti analisti falchi di Washington la ragione della cooperazione è garantire la capacità di colpire simultaneamente gli Stati Uniti da est e ovest, in modo da sopraffare le difese missilistiche. Un’opzione piuttosto improbabile strategicamente (a causa della rappresaglia degli Stati Uniti) ma soprattutto tecnicamente, a meno che le due nazioni non stiano progettando insieme missili intercontinentali. Del resto, i due acerrimi nemici americani hanno una lunga storia di cooperazione missilistica. L’Iran ha acquisito missili Scud dalla Corea del Nord durante la guerra Iran-Iraq negli anni ’80 e ha continuato ad acquisire i sistemi nordcoreani Nodong e Musudan rispettivamente negli anni ’90 e 2000.

Il futuro dei rapporti con la Russia

L’ultimo lancio di due missili balistici da parte di Pyongyang non influenzerà, pare, nemmeno l’interazione tra i parlamentari di Russia e Corea del Nord, ed entrambi i Paesi potrebbero scambiarsi delegazioni in autunno, secondo quanto dichiarato alla TASS da parte del capogruppo del Consiglio di cooperazione della Federazione con il parlamento nordcoreano Oleg Melnichenko.

Melnichenko ha dichiarato in precedenza che la sua unità ha programmato di tenere un incontro con l’ambasciatore della Corea del Nord in Russia Sin Hong-chol il 26 aprile per discutere una possibile visita dei senatori a Pyongyang nell’autunno di quest’anno. Tra queste relazioni bollenti, quella con la Russia è forse la più complessa. La reazione di Mosca al nuovo test balistico nordcoreano è arrivata, infatti, a mezzo del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che ha chiesto la ripresa dei colloqui a sei, che includerebbero la Russia insieme a Giappone, Stati Uniti e le due Coree.

Una possibile exit strategy

Al di là del tipo e della potenza di fuoco sviluppata dalla Corea del Nord, Pyongyang in questo momento più che mai può giocare d’astuzia, corteggiando i giganti asiatici con i quali, comunque, coltiva rapporti datati. La situazione geopolitica è talmente intricata da non poter trattare i colpi di scena di Kim Jong-un come “business as usual” presumendo di essere al sicuro da un eventuale attacco nucleare nordcoreano.

La stasi o la diplomazia totale potrebbero non essere soluzioni efficienti in questo momento: l’ipotesi maggiormente praticabile, che potrebbe mettere d’accordo Kim, i suoi partner asiatici e gli Stati Uniti, paradossalmente è quella di rinunciare ad un completo disarmo nordcoreano in favore di un negoziato più parco, utile a rallentare la crescita del suo arsenale di armi di distruzione di massa. Un’opzione più realista che potrebbe ottenere perfino l’avallo multilaterale.