La Germania aveva giocato un ruolo-chiave nel dietro le quinte dei negoziati fra Skopje e Atene per la risoluzione della disputa sul nome della repubblica macedone, infine chiusa con gli accordi di Prespa del 12 giugno dello scorso anno. L’intermediazione e le pressioni di Berlino sui due Paesi erano legati ad un disegno preciso avente come destinazione finale l’allargamento dell’Unione europea nei Balcani occidentali, funzionale alla stabilizzazione della regione e alla riduzione dell’influenza giocata da russi, turchi e cinesi.

Il realismo tedesco si è, però, scontrato con quello francese, che possiede una visione differente circa i pro e i contro di un allargamento dell’Ue nella polveriera balcanica in questo preciso momento storico. Ma, se da un lato Parigi ha ragione a considerare e temere le ripercussioni che eventuali conflitti etno-religiosi potrebbero avere per la salute del progetto europeo, la scelta di rinviare a data da destinarsi l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord offre molti margini d’azione e opportunità alle altre potenze interessate ad aumentare la loro presenza nei due Paesi.

Tutti i motivi di Emmanuel Macron

La Germania aveva manifestato apertamente la volontà di procedere all’allargamento dell’Ue nei Balcani occidentali, iniziando da Albania e Macedonia del Nord, ma durante la sessione del Consiglio europeo che avrebbe dovuto stabilire una data per l’inizio ufficiale del percorso, la Francia ha guidato un blocco d’opposizione che è riuscito a far capitolare le speranze tedesche: si tornerà sul tema nell’aprile 2020.

Le ragioni ufficiali di Parigi riguardano gli scarsi risultati raggiunti da inizio 2000 ad oggi dai due paesi per quanto riguarda trasparenza governativa, riduzione della corruzione e lotta al crimine organizzato e transnazionale, ma in realtà si è trattato di prudenza machiavellica per via del crocevia di interessi che caratterizza l’area balcanica.

Sia la Germania che la Francia ambiscono ad integrare l’intera penisola nell’orbita europea, ma divergono nelle modalità e nelle tempistiche pur concordando sulla pericolosità rappresentata dalla penetrazione russo-cinese. Ed è proprio per quest’ultima ragione che Berlino voleva accelerare l’ingresso, almeno, di Tirana e Skopje.

La posizione francese è attendista perché pragmatica. Nei Balcani potrebbe scoppiare una nuova crisi da un momento all’altro e, proprio come accadde durante le guerre iugoslave degli anni ’90, è altamente probabile che l’Ue non avrebbe le capacità di gestirla, finendone travolta.

La situazione, infatti, è la seguente: l’Albania è legata a doppiofilo con il Kosovo, con il quale sembra che stia portando avanti un’agenda segreta mirante all’unificazione che è stata denunciata a più riprese da Belgrado e Mosca, il Kosovo è, a sua volta, una centrale dell’islam radicale nel cuore della penisola ed è impegnato in una guerra commerciale contro la Serbia, mentre la Macedonia del Nord è dilaniata dalla crescente polarizzazione fra europeisti e nazionalisti, che sono appiattiti su posizioni anti-Nato, filo-russe, e anti-greche, e anche dall’irrisolta questione dell’irredentismo albanese.

Tutto questo accade sullo sfondo dello scisma che ha colpito la chiesa ortodossa, i cui effetti si stanno riverberando nella penisola – come palesato dal recente riconoscimento del clero greco dell’autocefalia della chiesa di Kyev – dell’agenda neo-ottomana e pan-islamista che la Turchia sta perseguendo nei paesi a maggioranza islamica, finanziando centri culturali, moschee e scuole, delle mosse di Cina e Russia per acquisire maggiore peso e ostacolare i piani dell’asse Washington-Bruxelles, e della pericolosa influenza giocata dai capitali delle petromonarchie nei processi di radicalizzazione regionali.

Cosa succede adesso

Macron ha annunciato che prossimamente si recherà in Albania e Macedonia del Nord per discutere le ragioni della sua posizione e di come si dovrà procedere affinché il percorso d’adesione dei due paesi venga considerato realisticamente da parte dell’Eliseo. I più importanti vertici istituzionali comunitari e diversi paesi, fra cui la Grecia, hanno criticato il presidente francese, sostenendo che la sua scelta avrà effetti controproducenti: potrebbe alimentare le voglie egemoniche di Russia, Cina e Turchia.

La Turchia è presente in maniera capillare in Albania, Kosovo e Bosnia Erzegovina, dove sta tentando di ricostruire una sfera d’influenza attraverso investimenti, iniziative culturali e cooperazione allo sviluppo, soffiando pericolosamente sul risorgente identitarismo islamico. Potrebbe sfruttare la crisi politica che da mesi attanaglia Tirana ed il risentimento verso la scelta di Macron, offrendo supporto per uscire dallo stallo e maggiore partenariato economico in cambio di un riposizionamento, anche marginale, nello scacchiere regionale.

La situazione macedone è più complessa. Ad aprile del prossimo anno si terranno anticipatamente le elezioni legislative, per via delle turbolenze che stanno scuotendo l’esecutivo europeista del primo ministro Zoran Zaev. Egli è stato l’artefice degli accordi di Prespa e della normalizzazione dei rapporti diplomatici con la Bulgaria e dell’incamminamento di Skopje verso l’Ue e la Nato, ma la sua agenda non sta ottenendo il seguito popolare prospettato e rischia di naufragare contro il ritorno di VMRO-DPMNE, il partito-egemone della scena macedone sin dall’indipendenza che non ha mai nascosto di avere ambizioni irredentiste ed è ideologicamente vicino al mondo russo e al nazionalismo ortodosso.

Stando agli ultimi sondaggi, i nazionalisti sarebbero davanti ai socialdemocratici di Zaev di sei punti percentuali e il malcontento montante fra la popolazione per il rifiuto ricevuto dal Consiglio europeo potrebbe alimentare ulteriormente il distacco. La vittoria di VMRO-DPMNE alle future elezioni potrebbe rimettere in discussione i risultati conseguiti da Zaev, dal momento che il partito si è sempre espresso contrario al cambiamento del nome del paese ed anche all’allontanamento dalla civiltà slavo-ortodossa per entrare nella comunità euroatlantica.

La scelta dell’Eliseo di agire con prudenza nei Balcani occidentali onde evitare il coinvolgimento in possibili conflitti e/o crisi intense è, perciò, da un lato giustificata dal clima di rinnovato antagonismo che sta attanagliando la regione, ma potrebbe essere letta come una ritirata, un segno di debolezza, da parte delle altre potenze interessate ad esercitare un astro nella sempreverde polveriera d’Europa – ed è proprio il loro ritorno in scena che potrebbe trasformare in realtà l’incubo di Bruxelles di una nuova balcanizzazione.