Quello di domenica 9 settembre potrebbe essere un voto di capitale importanza per la Svezia, che per la prima volta potrebbe avere una formazione di stampo populista e sovranista, i Democratici Svedesi di Jimmie Akesson, come primo partito rappresentato al Parlamento di Stoccolma. Stando agli ultimi sondaggi i socialdemocratici del primo ministro Stefan Lofven, che guidano un governo di minoranza assieme ai verdi, sarebbero attestati attorno al 24% dei consensi, testa a testa con il partito di Akesson.

L’egemonia socialdemocratica in Svezia prossima alla fine?

In Svezia le coalizioni pre-elettorali non sono “rigide” come in Italia: ciascun partito corre per sé, e al massimo può dichiarare prima del voto con chi si vorrebbe alleare per governare. Al campo socialdemocratico si contrappone, in genere, un centrodestra centrato sui moderati, accreditati come terza forza elettorale.

Come ricorda l’Agi, “il primato del partito socialdemocratico,in Svezia, resiste da più di un secolo, e precisamente dal 1917. Anche quando le elezioni hanno consegnato la maggioranza al centrodestra i socialdemocratici sono sempre risultati il partito più votato. […] Tale primato potrebbe essere confermato anche stavolta: ma il 24% sarebbe comunque il peggior dato storico dal lontano 1908”. E le motivazioni di questo declino sono da ricercare nella crisi del modello socio-politico che la socialdemocrazia svedese ha incarnato negli ultimi decenni.

La crisi del modello svedese

Il modello svedese di equità sociale è stato fondato, per decenni, su un solido compromesso tra il ruolo dello Stato in sostegno all’economia e la costruzione di una fascia di diritti socio-economici garantiti per la popolazione. Dopo esser stata sconvolta dalla Grande Depressione, la Svezia conobbe una svolta nel 1934, con l’accordo fra i socialdemocratici e il Partito Contadino, fino a quel momento molto conservatore se non reazionario.

“La questione sociale unì contadini e operai in un compromesso in cui la domanda interna degli uni costituì quella degli altri e viceversa”, scrive Paolo Borioni sulManifesto. “La Grande Depressione fu sconfitta e cominciò la storia della Svezia avanguardia socialdemocratica del mondo, fra il comunismo di cui rifiutava l’oppressione (anche e soprattutto operaia) e il capitalismo, in cui vedeva la diseguaglianza come ingiustizia non riparabile dalle libere elezioni. Secondo qualificate misurazioni gli indici di eguaglianza così ottenuti finirono negli anni 1980 per essere i maggiori della storia”.

Gli ultimi due periodi di governo del centrodestra (1991-1994 e 2006-2014) sono stati contraddistinti da fenomeni di precarizzazione del mercato del lavoro, di privatizzazione del sistema di welfare e di gentrification urbana dopo il taglio degli efficienti programmi di edilizia popolare a cui la socialdemocrazia, fossilizzatasi sul dogma del rispetto dei conti e del bilancio, non ha saputo reagire dopo l’alternanza al potere. In questo contesto, l’aumento delle disuguaglianze e l’impoverimento della classe media svedese, un tempo tra le più prospere al mondo, ha portato a un’insoddisfazione crescente verso il potere, manifestatosi in tutta la sua forza con l’inizio della crisi dei rifugiati.

La Svezia e la crisi dei rifugiati

“Aprite i vostri cuori”: con queste parole Fredrik Reinfeldt, ultimo primo ministro svedese di centrodestra invitò ad accogliere i rifugiati africani e mediorientali che nell’ultimo quinquennio hanno raggiunto la Svezia in massa: 160mila, secondo le stime più credibili, gli ingressi. Queste parole apparivano stridenti se pronunciate dal massimo fautore svedese dell’individualismo neoliberista e delle conseguenti riforme di stampo neoliberista. Né il successivo esecutivo socialdemocratico ha potuto operare per recuperare la fiducia delle classi medie impoverite nel modello svedese.

Scrive Borioni: “Secondo uno studio del grande sindacato confederale Lo (dal titolo Populismo di destra ed eguaglianza) la diffidenza verso l’immigrazione non è aumentata. A crescere è la quantità di persone che la ritengono tema tanto prioritario da infrangere le lealtà politico-elettorale”, generando un flusso incanalato con abilità dai Democratici Svedesi, che hanno proposto una versione etnica, tribale del modello svedese proponendo una distinzione nell’erogazione dei benefit tra i nativi, legittimati a riceverli, e i nuovi arrivati, da essi esclusi.

Del resto, la crisi dei rifugiati ha esposto a gravi problemi il bilancio svedese. Come segnalato da Mauro Indelicato, nel campo dell’integrazione “il sistema di welfare svedese, così come quello inerente la mera accoglienza, ha fallito: non ci sono i numeri, nei bilanci, per offrire a tutti i cittadini stranieri le stesse tutele dei cittadini svedesi, così come è difficile la convivenza tra culture diametralmente differenti”, fatto molto spesso negato dall’establishment politico che ha sempre rifiutato un dibattito serio sul tema.

L’ombra nera sulla Svezia

L’ascesa dei Democratici Svedesi al primo posto nelle elezioni segnerebbe una vera e propria rivoluzione copernicana. Segnerebbe la grande crisi della patria dei diritti sociali e una grande frattura interna a cui tutto il Paese dovrebbe guardare per ricostruire un’essenziale unità.

Anche allo stato attuale delle cose, la situazione necessita comunque di una seria riflessione di lungo termine: in particolare, il tema dell’accoglienza e dell’integrazione pone sfide fondamentali per un Paese di soli 10 milioni di abitanti, che difficilmente potrebbe realisticamente offrire a centinaia di migliaia di nuovi arrivati la promessa di standard di vita dignitosi e prospettive concrete di mobilità sociale. 

Il gigante della socialdemocrazia svedese, il primo ministro Olof Palme assassinato nel 1986 a Stoccolma, in un’occasione ebbe a dire che “i diritti della democrazia non sono riservati ad un ristretto gruppo all’interno della società. Sono i diritti di tutte le persone”. Sarebbe bene che la politica, in Svezia, parta da questa citazione breve ma inequivocabile per ricostruire sé stessa. Partendo, forse, proprio dalla comprensione delle istanze di coloro, un quarto circa degli aventi diritto al voto, che assecondano l’ombra nera e sono arrivati a mettere in discussione una presa di posizione tanto forte.