Gli Stati Uniti sono in fiamme. La morte di George Floyd a Minneapolis ha rappresentato il detonatore di un’esplosione di collera e rabbia sociale che da tempo covava nel cuore della superpotenza, sconvolta da problemi legati alle disuguaglianze economiche, all’esclusione sociale e alla povertà, su cui ha poi impattato duramente lo scoppio dell’epidemia di coronavirus.

La protesta ha oramai superato i confini delle prime manifestazioni, che chiedevano giustizia ed equità per il trattamento dei cittadini afroamericani: in tutti gli States ai cortei pacifici si sono affiancati riots, proteste armate, scontri a fuoco che hanno causato almeno tredici vittime, tra cui David Dorn, un poliziotto in pensione di 77 anni assassinato durante un assalto a un banco dei pegni di Saint Louis la cui morte è stata filmata in diretta Facebook.

Il Paese è in grave crisi, e non è da sottovalutare l’accavallamento tra la crisi sanitaria e le proteste in corso. La conta dei malati di coronavirus negli Usa si avvicina a quota due milioni e i morti sono oltre 108mila, la pandemia è ben lungi dal conoscere una fase di riflusso. Il coronavirus ha ucciso oltre 15mila americani nella sola seconda metà di giugno: e c’è il rischio che lo scoppio di proteste attraverso l’intero continente nordamericano possa portare con sè un’ulteriore impennata dei contagi.

Bill de Blasio, sindaco di New York, aveva elogiato la figlia Chiara, 25enne, arrestata per aver preso parte alle proteste nella Grande Mela, salvo poi esser costretto a imporre un coprifuoco per fermare la spirale di violenze e danni. Tra i rischi spicca anche la possibilità che New York possa subire una nuova impennata di contagi e vittime dopo le oltre 20mila vittime piante da marzo a oggi per il Covid-19. Non a caso Andrew Cuomo, governatore dello Stato di New York e democratico italo-americano come de Blasio, ha avvertito con maggior ragionevolezza dei rischi: “questi assembramenti di massa possono portare al contagio di centinaia e centinaia di persone dopo tutto quello che è stato fatto” per arginare i contagi.

Il sindaco di Atlanta, la democratica Keisha Lance Bottoms,che ha mantenuto una linea di buon senso cercando di separare i manifestanti afro-americani desiderosi di criticare gli eccessi del caso Floyd e la condizione problematica della loro comunità dai manifestanti violenti, ha invitato i protestanti a sottoporsi in seguito a accertamenti e test per capire se possono aver contratto il Covid-19 nel corso degli assembramenti pubblici. Lance Bottoms, non a caso, è afro-americana, e sa bene i rischi che comporterebbe una nuova esplosione del contagio nelle fila della comunità più esposta alla pandemia degli States.

La voce più tuonante è stata però quello dello stratega della risposta sanitaria, Anthony Fauci, che ha indicato a Sky proprio nei riots il rischio maggiore: “Le proteste pacifiche non sono particolarmente preoccupanti, ma gli scontri violenti temo che possano farci fare un passo indietro rispetto al controllo dell’epidemia di coronavirus, perché ovviamente in quelle situazioni non si seguono le indicazioni di sanità pubblica come il distanziamento sociale”. Il punto fondamentale, al tempo stesso, è il fatto che le proteste violente impongono un’ulteriore spinta al sovraffollamento di altre possibili “autostrade” per il contagio come penitenziari, caserme, ospedali.

La possibilità di un’amplificazione del problema sanitario aprirebbe scenari di difficile gestione per Washington e l’amministrazione Trump, manifestandone la fragilità nella gestione delle due crisi contemporanee. Ma aprirebbe anche una breccia nella strategia di chi, come Joe Bidenha pensato di cavalcare le proteste indistintamente come arma anti-Trump. A livello generale, chi perderebbe sarebbe la società americana: piegata, una volta di più, dalle contraddizioni e dagli effetti delle sue disuguaglianze.