diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Un messaggio per Pechino, un preoccupante campanello d’allarme per la leadership locale: le massicce proteste che dal 3 settembre in avanti hanno infiammato le principali città del Kazakistan, a cominciare dalla capitale Nur Sultan, sono ai primi posti dell’agenda dei leader di entrambi i Paesi asiatici.

A scatenare le proteste, in questo caso, la decisione del governo kazako di accordare a Pechino il permesso di creare nei prossimi anni ben 55 impianti di produzione industriale sul territorio del Paese, che preoccupa l’opinione pubblica kazaka, timorosa di vedere i 20.000 nuovi e remunerativi posti di lavoro derivanti dall’ancoraggio del Paese alla “Nuova Via della Seta” appannaggio di lavoratori provenienti dalla Repubblica Popolare e non di manodopera locale.

Le proteste riecheggiano, in prospettiva, quelle che nel 2016 animarono il Kazakistan dopo la decisione di concedere a Pechino l’ingresso economico nel capitale immobiliare nazionale. Ma quel che più conta è la natura peculiare dei moti di protesta rispetto a quelli che, a cicli periodici, investono le repubbliche asiatiche ex sovietiche contro la penetrazione di Pechino: il bersaglio diretto non è la Cina, ma bensì il governo locale, accusato di eccessivo lassismo nei suoi confronti.

Dopo le dimissioni del patriarca Nursultan Nazarbayev, in cui onore è stata rinominata la capitale Astana, il Kazakistan vive una delicata fase di transizione politica. Il sistema bloccato ha premiato alle elezioni di primavera il delfino del leader uscente, Kassym-Jomart Tokayev, 66enne ex Primo ministro e Ministro degli Esteri, uomo di apparato di un regime politico bloccato verso cui crescono i sintomi di insofferenza.

Sotto accusa la continuità i due leader, l’eccessivo accentramento del potere nel partito guida Nur Otan, il sospetto di tangenti pagate dai cinesi ai membri del governo e del clan Nazarbayev per facilitare gli investimenti esteri. Nur-Sultan, Alma-Aty (Almaty), Karaganda, Shimkent e Akyube sono state così invase da manifestanti che univano alla critica degli accordi con la Cina un j’accuse diretto al partito del Presidente, alla continuità di un regime a democrazia bloccata, all’assenza di una via kazaka allo sviluppo che non dipenda dall’export di idrocarburi.

E dire che certe accuse sono, in larga parte, eccessivamente severe. Negli ultimi anni, dato il disimpiego statunitense nella regione e il calo d’influenza della Russia, il Kazakistan ha dovuto giocoforza ribaltare sulla Cina il suo bilanciamento di politica estera, vedendo rotto il tradizionale gioco di equilibrismo e mercanteggiamento al rialzo tra le tre potenze e intravedendo le opportunità della Nuova Via della Seta. Tuttavia, questo non ha significato una prona accettazione dei voleri cinesi da parte di Astana/Nur-Sultan: l’arresto a febbraio in Kazakistan di Konstantin Syroyezhkin, noto e importante studioso kazako di Cina ed ex agente del Kgb, accusato di spionaggio nei confronti di Pechino, lo dimostra. Al tempo stesso, a Tokayev, diplomatico, di lungo corso, non sfugge la necessità di non compromettere i vitali investimenti cinesi nel Paese.

Per gettare acqua sul fuoco, il 10 settembre il Presidente è volato a Pechino per incontrare Xi Jinping e rassicurarlo sul futuro degli accordi politico-economici tra i due Paesi. Xi e Tokayev hanno voluto mandare un messaggio distensivo, parlando come usuale di volontà di raggiungere uno sviluppo condiviso e una cooperazione win-to-win. Al tempo stesso, Tokayev ha voluto dimostrare alla sua opinione pubblica di potersi presentare di fronte al leader di Pechino come un capo di Stato dotato di pari dignità istituzionale, rassicurando circa le presunte accuse di un suo totale vassallaggio all’Impero di Mezzo. La prova della verità sarà al momento dell’inizio effettivo delle attività cinesi in Kazakistan: se anche i suoi cittadini avranno dividendi positivi in termini di benessere e occupazione, Tokayev potrà dire di aver vinto la sua scommessa.