Gli eventi di questi giorni sono la dimostrazione di come la Cina si stia confermando interlocutore di primo piano dei talebani (un corteggiamento in atto già da tempo) con due filoni di interesse principali: Pechino vuole mettere le mani sull’”Arabia Saudita del litio” e, allo stesso tempo, si appella ai nuovi talebani per mantenere lo status quo nello Xinjiang. Forse un po’ meno chiaro è cosa i nuovi talebani possano guadagnare dal Dragone, al di là dell’interlocuzione con un gigante mondiale.

Energia e infrastrutture sono le parole chiave di questa liaison dangereuse: mentre i russi forniranno in gran parte sicurezza nella regione, la Cina potrebbe contribuire con finanziamenti infrastrutturali per potenziare rotte commerciali preziose: ne sono esempi il Corridoio del Wakhan, il dito dell’Afghanistan che arriva a est fino al confine cinese, le rotte commerciali esistenti attraverso il Tagikistan e il Kirghizistan e il percorso dell’autostrada del Karakorum, tutto da potenziare, attraverso il Passo Khunjerab e infine via Peshawar a Kabul.

Gli investimenti di questi anni

Per capire cosa la Cina combina in quel dell’Afghanistan, basta dare un’occhiata alle mosse della China Road and Bridge Corporation (CRBC), una delle quattro grandi società di proprietà statale che sono entrate per prime nel mercato internazionale degli appalti. CRBC si occupa principalmente di appalti, investimenti, sviluppo e gestione di progetti stradali, ponti, portuali, ferroviari, aeroportuali, tunnel, immobili e parchi industriali. Attualmente la filiale di CRBC Afghanistan stava costruendo il progetto stradale Darisuf (Samangan) a Yakawlang (Bamyan) finanziato dall’Asia Development Bank.

Questi rapporti non devono sorprendere nessuno visti gli antichi scambi commerciali tra le due nazioni. Del resto, come ricorda il celebre analista Brahma Chellaney, l’ironia del destino volle che, proprio l’11 settembre 2001, mentre gli Stati Uniti finivano sotto attacco, alti funzionari cinesi firmavano un accordo di cooperazione economica e tecnica con gli allora talebani afghani al potere, in quel di Kandahar.

Occorre, tuttavia, razionalizzare e inquadrare a dovere il ruolo infrastrutturale della Cina in Afghanistan. Ad oggi, una serie di interventi comunque contenuti e molti progetti potenziali sono nati in un contesto di finanziamento internazionale, con attori privati e in una condizione di dialogo con un governo internazionalmente riconosciuto. C’è stata costruzione di ospedali, alloggi a Kabul, diverse fabbriche su piccola scala e alcuni nuovi edifici per l’Università di Kabul, una base militare a Badakhshan, ma le infrastrutture di connettività come strade, ponti, ferrovie e porti hanno subito ritardi nelle forniture. Le società di costruzioni cinesi hanno costruito strade e tanto altro in Afghanistan, ma la maggior parte di ciò è stato fatto attraverso finanziamenti istituzionali internazionali, piuttosto che essere guidati da Pechino. Gli appaltatori cinesi hanno vinto gare d’appalto e hanno consegnate i loro manufatti in una situazione potenzialmente esplosiva.

E la Belt and road?

Per quanto riguarda l’estensione della Belt and Road Initiative del presidente Xi Jinping, il poco che è stato realizzato mira a collegare il corridoio economico Cina-Pakistan con l’Afghanistan. Ma per quanto è possibile dire, poco sforzo è stato fatto per trasformarlo in un progetto potente. Pechino ha ristrutturato alcuni posti di frontiera per facilitare il transito di merci tra Afghanistan e Pakistan, ma non si tratta certo dei pesanti progetti di infrastrutture economiche in corso in Pakistan o in Asia settentrionale e centrale.

L’unica cosa su cui l’Ambasciata cinese a Kabul ha recentemente focalizzato la sua attenzione sono i pinoli, celebrando la creazione di un corridoio aereo per facilitarne l’esportazione in Cina. Kabul ha un accordo quinquennale da 2,2 miliardi di dollari per esportare i suoi pinoli in Cina e l’Afghanistan è già un enorme mercato per le merci cinesi. Negli ultimi 20 anni, la Cina ha costantemente aumentato la sua presenza in Afghanistan, contribuendo per quasi 240 milioni di dollari in aiuti allo sviluppo tra il 2001 e il 2013 e aumentando gli investimenti nel Paese, soprattutto da quando è iniziata la riduzione del numero di truppe guidate dagli Stati Uniti in Afghanistan nel fine 2014.

Pechino – e la macchina della Belt and Road – hanno sciorinato a dovere le loro potenzialità anche al mondo dei talebani, che ne conosce a memoria il menù eventuale. Per quanto decisiva possa sembrare la loro vittoria in questo momento, il Paese è troppo fragile perché qualsiasi progetto infrastrutturale si concretizzi a breve termine. La Cina è già stata colpita da investimenti falliti in Afghanistan, in particolare il progetto della miniera di rame a Mes Aynak, che si trova a soli 25 miglia (40 chilometri) da Kabul.

I talebani si erano impegnati in modo specifico a non attaccare la miniera, ma anche allora la Cina ha deciso di interrompere le sue operazioni. Ha messo in stand by il contratto di locazione trentennale del sito della Metallurgical Corporation of China di proprietà statale, firmato nel 2007 in un accordo da 2,83 miliardi di dollari che da allora è stato propagandato come il più grande investimento straniero nella storia dell’Afghanistan. È senza dubbio un affare significativo sulla carta, ma che non ha mai portato a nulla di concreto sul campo.

L’elettrificazione del Paese

Un’altra offerta potenziale è quella energetica. Non più tardi del maggio scorso, un gruppo di aziende cinesi era pronto a pompare 400 milioni di dollari in un progetto di generazione di energia elettrica. Mentre i tecnicismi del progetto dovevano ancora essere finalizzati, l’iniziativa veniva venduta come capace di fornire un aumento di posti di lavoro tanto necessari all’Afghanistan devastato dalla guerra, che importa l’80% della sua elettricità dai Paesi vicini.

L’utilizzo del carbone per la produzione di elettricità era visto anche come economicamente vantaggioso rispetto all’importazione di energia idroelettrica dalla regione. A questo progetto i talebani potrebbero tenere ancor di più: elettrificazione significa possibilità di controllo del territorio e delle masse, comunicazione, velocità come solo il New Deal spiegò bene al mondo durante la Grande Depressione.