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Alla maggior parte dei non addetti ai lavori, il nome di Li Zhanshu difficilmente evocherà collegamenti degni di nota. Il signor Li, 72 anni, presidente del Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo cinese, è sulla carta il numero tre nelle gerarchie del Partito Comunista Cinese. Ebbene, l’alto funzionario di Pechino, nonché fido alleato di Xi Jinping, è stato inviato in missione dal suo Paese per effettuare una serie di visite ufficiali all’estero. Tra queste, spicca la trasferta, appena terminata, in Russia.

Li, che ha visitato Mosca e Vladivostok, è stato il più alto dirigente cinese ad approdare sul territorio russo dall’inizio della guerra in Ucraina. Nell’estremo oriente russo, l’inviato di Xi ha preso parte all’Eastern Economic Forum, dove ha incontrato Vladimir Putin, mentre nella capitale si è intrattenuto con altre rilevanti figure politiche russe, tra cui Vyacheslav Volodin, presidente della Duma, la camera bassa del parlamento russo.

Sono subito emersi i primi dubbi, soprattutto in merito ai resoconti ufficiali forniti da Cina e Russia sul viaggio di Li, e sul fatto che l’alto funzionario cinese abbia o meno affrontato il tema della guerra in Ucraina, fornendo l’appoggio cinese a Mosca. Il Cremlino ha diffuso un comunicato nel quale si evince una certa vicinanza cinese, mentre Pechino si è limitata a parlare di cooperazione, glissando su sanzioni e Kiev.

O la Cina ha nascosto questo particolare non da poco oppure la Russia ha mentito. Nel primo caso, il Dragone starebbe (il condizionale è d’obbligo) conducendo un astuto doppio gioco, mentre nella seconda ipotesi, i russi, in difficoltà, starebbero facendo di tutto per far vedere al mondo intero di essere in qualche modo appoggiati da Xi. La verità potrebbe essere racchiusa in un video pubblicato sul sito web della Duma, nel quale si vede Li parlare in cinese: “Credo che la Russia sia stata messa alle strette. In questo caso, per proteggere gli interessi fondamentali del Paese, la Russia ha dato una risposta risoluta”. Il filmato non è stato menzionato dai media cinesi, né è stato diffuso sui social oltre la Muraglia.



Versioni differenti

Al termine del viaggio di Li, gli organi statali di Cina e Russia hanno insomma fornito due resoconti differenti, lasciando presupporre possibili divergenze di vedute. Se è vero che l’Eastern Economic Forum è stato descritto dai media cinesi come un esempio pratico e concreto della forza della cooperazione sino-russa, è altrettanto vero che Pechino ha ribadito la rilevanza della promozione della cooperazione tra le due Nazioni, pur senza menzionare l’Ucraina.

Secondo quanto riportato dal People’s Daily, il signor Li “ha trasmesso a Putin i cordiali saluti e i migliori auguri del presidente Xi Jinping e ha salutato sviluppo del partenariato strategico globale Cina-Russia di coordinamento per una nuova era”. Pechino ha inoltre ribadito che “la fiducia reciproca politica, il coordinamento strategico e la cooperazione pragmatica tra i due Paesi hanno raggiunto un livello senza precedenti, dando un buon esempio di amicizia di buon vicinato e cooperazione vantaggiosa per tutti”, e che “la Cina è disposta a continuare a collaborare con la Russia per sostenersi a vicenda su questioni che riguardano i reciproci interessi fondamentali e le principali preoccupazioni, attuare l’Iniziativa di sviluppo globale e l’Iniziativa di sicurezza globale proposte da Xi e trasformare la fiducia reciproca politica di alto livello in una maggiore risultati pragmatici della cooperazione”.

In un comunicato del governo russo si legge invece che Volodin e Li hanno discusso sia le questioni relative allo sviluppo della cooperazione dei due Paesi, che tematiche inerenti alla guerra in Ucraina. Più nello specifico, a detta di Mosca i due avrebbero deciso di “rafforzare ulteriormente la cooperazione, compreso, su tali questioni, come lo scambio di esperienze legislative nel campo della lotta alle minacce e alle sanzioni esterne“. Li avrebbe inoltre affermato che “le sanzioni occidentali non dovrebbero influenzare la cooperazione Russia-Cina”. Non solo. In un paragrafo della lunga nota, intitolato Il sostegno della Cina alla posizione della Russia sulla questione ucraina, viene evidenziato come sia stato Li in persona a sollevare il tema dell’Ucraina esprimendo sostegno a Mosca. Li Zhanshu avrebbe affermato che la Cina “ha una completa comprensione delle preoccupazioni della Russia e della posizione della Russia” e che uno dei motivi della crisi in Ucraina è stato “il desiderio degli Stati Uniti di mantenere la propria supremazia nel mondo”.



Xi, Putin e l’Asia centrale

Non sappiamo quanto il video sopra richiamato possa far piacere alla Cina, né se la condivisione del filmato sia stata una mossa orchestrata in autonomia dal Cremlino. Le valutazioni di Li sono state riportate subito dai media russi, ma, come detto, risultano assenti nella lettura cinese dell’incontro, al punto che, in un primo momento, erano apparse come una forzatura di Mosca per ostentare il sostegno del partner “senza confini”, in un momento in cui le truppe stanno cedendo territorio in Ucraina. Anche perché Xi, stando a quanto affermato da Putin, avrebbe espresso al capo del Cremlino dubbi e preoccupazioni in merito alla guerra in Ucraina.

Che la Cina abbia veramente cambiato linea sul conflitto ucraino? Difficile da dire. In seguito al meeting tra Putin e Xi, la sensazione è che possano esserci vedute differenti tra i due Paesi. Mosca e Pechino, già da prima della guerra, avevano rinsaldato la loro alleanza strategica, definendola un rapporto “senza limiti”, come contrappeso all’influenza geopolitica americana e occidentale.

In ogni caso, l’Asia centrale rappresenta un grande nodo spinoso nella visione di Cina e Russia. Lo si era visto anche in agosto, quando Mosca ha bloccato per due volte le esportazioni di petrolio kazako che attraversano il suo territorio (forse per vendicarsi vendetta del rifiuto del Kazakistan di sostenere la guerra, o forse un tentativo di far aumentare il valore del greggio). Questa mossa non è affatto piaciuta ai cinesi. Anche se il Cremlino non teme il Kazakistan, ha comunque bisogno di Pechino. E la Cina ha vitali interessi economici nello stesso Kazakistan, portad’accesso della sua Belt and Road Initiative. Le aziende cinesi sono, inoltre, attori rilevanti nelle industrie petrolifere e del gas del Kazakistan. Insomma, anche se pochissimo greggio kazako finisce oltre la Muraglia, il Dragone ha tutto l’interesse nel vedere il petrolio raggiungere i mercati globali. Senza queste spedizioni, infatti, i prezzi del petrolio aumenterebbero, la domanda globale di beni dei consumatori si indebolirebbe e la crescita orientata alle esportazioni della Cina subirebbe un duro colpo. Ricordiamo che la Cina ha investito 19,2 miliardi di dollari in Kazakistan tra il 2005 e il 2020, e che, entro il 2023, dovrebbero concludersi circa 56 progetti sostenuti da Pechino per un valore di quasi 24,5 miliardi di dollari.

Allo stesso tempo, sia la Cina che la Russia stanno cercando di aumentare la loro influenza nei paesi dell’Asia centrale. Per Pechino, la regione è un nodo importante nel progetto infrastrutturale globale Belt and Road, mentre Mosca sta cercando di mantenere il suo ruolo di principale partner strategico ed economico in loco. Nel frattempo, gli stati dell’Asia centrale sono alla ricerca di nuovi partner nel mondo arabo e nell’Asia meridionale, in quanto non vogliono essere troppo dipendenti né dalla Cina né dalla Russia. Il viaggio di Xi in Kazakistan può dunque essere letto come un messaggio simbolico rivolto a Putin, visto che il Dragone si è attivato per incrementare la propria presenza in quello che può tradizionalmente essere considerato il “cortile di casa” della Russia. Non è da escludere che Pechino stia iniziando a ragionare anche – se non soprattutto – al proprio futuro che non al futuro della partnership sino-russa.

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