Le primarie del Partito Democratico americano continuano a provocare vivaci scontri dialettici tra gli aspiranti candidati rimasti in lizza ed a movimentare le diverse anime dello schieramento che è profondamente diviso tra i progressisti, come il senatore Bernie Sanders e la senatrice Elizabeth Warren e moderati, su tutti l’ex vicepresidente Joe Biden. Non è chiaro quale approccio potrà essere quello vincente nella sfida contro il Presidente Donald Trump e se sarà meglio puntare su un programma politico moderato e rassicurante, in grado di sottrarre al Capo di Stato almeno una parte della sua base elettorale oppure di tentare la carta del radicalismo e sperare in un’alta affluenza di donne, minoranze ed altri gruppi chiave considerati (ma a volte i dati hanno smentito queste considerazioni) anti-Trump. La sfida elettorale tra i Democratici avrà inizio il 3 febbraio del 2020 con i caucus dell’Iowa, un grande classico che darà i primi responsi numerici su chi può avere qualche chance e chi, invece, farebbe meglio a ritirarsi.

La lunga corsa per la vittoria

La competizione elettorale, in realtà, è stata preceduta da una lunga serie di dibattiti tra i candidati democratici che hanno avuto luogo nel corso del 2019: l’ultimo di questi scontri dialettici si è svolto il 19 dicembre a Los Angeles ed ha fatto emergere alcuni dati interessanti. L’ex vicepresidente Joe Biden, che secondo gli istituti demoscopici è il grande favorito di queste primarie, ha deciso di adottare, per la terza volta consecutiva, un atteggiamento cauto e quasi dimesso evitando, in questo modo, di venire coinvolto nelle accese polemiche divampate tra i suoi avversari. L’uomo politico ha molto da perdere e poco da guadagnare, almeno stando ai numeri dei sondaggi, da scontri e contrapposizioni accese e pertanto la cautela potrebbe essere l’arma giusta per proiettarlo in posizione di leadership verso febbraio. Il principale inseguitore di Biden, sempre secondo gli istituti demoscopici, è Bernie Sanders, il grande sconfitto delle primarie democratiche del 2016, candidato dell’ala progressista del partito e vittima di un grave problema cardiaco nel mese di ottobre. Sanders, nel corso del dibattito del 19 dicembre, non è stato attaccato dai sui rivali ed ha quindi avuto modo di presentare le sue proposte politiche pressato solamente dai moderatori. In questo modo il candidato (quasi) socialista ha potuto consolidare, ancora una volta, il suo ruolo di principale oppositore di Joe Biden.

Gli altri nomi e le incognite

A scontrarsi sul palco, invece, sono stati Pete Buttigieg , il sindaco di South Bend in Indiana e volto emergente di queste primarie, la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, che rivaleggia con Bernie Sanders in ambito progressista e la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, originaria del Midwest, pratica e concreta. Questo terzetto potrebbe offrire qualche sorpresa nel corso della lunga stagione elettorale delle primarie  e chissà che la ventata di freschezza portata da Buttigieg oppure la consolidata esperienza della Warren non consentano a questi candidati di emergere e di superare i favoriti. Il dibattito di Los Angeles non ha, infine, visto la partecipazione dell’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, su cui gravano aspettative positive. L’uomo politico non accetta donazioni individuali alla sua campagna e questo gli impedisce di rispettare i parametri necessari a prendere parte a questo tipo di eventi: le regole prevedono, infatti, che potranno partecipare ai dibattiti solamente quei candidati che possano dimostrare di poter contare su almeno 200mila donatori individuali e che abbiano ottenuto almeno il 4 per cento dei consensi in almeno quattro sondaggi nazionali o statali oppure il 6 per cento in due sondaggi svolti negli Stati che per primi si recheranno alle urne ovvero Iowa, New Hampshire, Nevada and South Carolina.

Le rilevazioni degli istituti demoscopici, in ogni caso, sono un semplice termometro delle preferenze elettorali individuali e potrebbero venire stravolte, in poco tempo, da nuovi eventi politici o più semplicemente dalle dinamiche emerse nel corso delle primarie del partito. Un candidato che non eccelle, infatti, potrebbe, a causa di una serie di fattori al momento imponderabili, riuscire ad emergere ed ottenere una sempre maggiore attenzione mediatica e popolare e riuscire, in questo modo, a superare avversari più quotati. Il vero rischio di una competizione molto aperta è quello che il Partito Democratico si laceri in una serie di lotte intestine senza invece focalizzarsi sull’obiettivo principale che dovrebbe essere quello di unirsi e di sconfiggere il presidente Donald Trump.

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