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Buonsenso, pragmatismo e diplomazia segreta stanno contribuendo a smorzare la tensione nel Mediterraneo orientale fra Grecia e Turchia, la cui crisi quasi-militare è stata il dossier più spinoso dell’estate per il triangolo Stati Uniti-Unione Europea-Alleanza Atlantica.

Un ruolo di primo piano nel disinnescamento sta venendo giocato sin dagli esordi dalla Germania che, avendo costruito un protettorato informale sulla Grecia nel dopo-crisi economica ed essendo il primo e principale partner commerciale e militare della Turchia nell’Ue, è guidata da un unico imperativo strategico nell’EastMed: evitare che scoppi un conflitto aperto capace di uccidere l’Alleanza Atlantica e che eroda le fondamenta stesse dell’egemonia tedesca in Europa e Vicino Oriente.

Lo scoop di Estia

Estia è il più antico quotidiano greco ed è noto per la diffusione di indiscrezioni provenienti direttamente dalle stanze dei bottoni di Atene. L’ultimo scoop del prestigioso giornale, pubblicato in prima pagina e a caratteri cubitali, riguarda le pressioni di Angela Merkel sull’esecutivo greco per quanto riguarda la crisi nell’EastMed.

Il titolo selezionato per lanciare la notizia è eloquente: “Berlino sta facendo pressione su Atene per la demilitarizzazione delle isole [dell’Egeo orientale]”. Le parti salienti dell’articolo riguardano un intervento dell’ambasciatore tedesco ad Atene, Ernst Reichel, e il doppiopesismo dimostrato da Berlino verso le rivendicazioni territoriali greche e quelle turche.

Reichel, intervenendo in sede di Parlamento Europeo durante una seduta del Comitato per gli Affari Europei, si è scontrato con i colleghi contrari all’adozione di una linea dura nei confronti di Recep Tayyip Erdogan, secondo i quali “[l’Ue] non può mostrare un’eccessiva crudeltà verso la Turchia, perché [ciò] distruggerebbe l’abilità di mediare”.

L’episodio di cui è stato protagonista Reichel è un promemoria utile a capire quale sia la posizione tedesca in merito il dossier EastMed: nettamente sbilanciata in favore di Ankara. Oltre alla nolontà di implementare sanzioni punitive, la diplomazia tedesca starebbe anche facendo pressioni su Atene affinché “ritiri le sue truppe dalle isole dell’Egeo orientale, chiedendo al tempo stesso alla Turchia di sciogliere la Quarta Armata con sede a Smirne”.

Chi vince, chi perde

Come ha dichiarato Reichel, il piano della demilitarizzazione dell’Egeo orientale proposto dalla Merkel è stato pensato per “evitare un conflitto militare e sviluppare un confine pacifico [fra Grecia e Turchia]”; il punto, però, è che è oltre ad essere estremamente miope è anche, implicitamente, filoturco.

Erdogan non avrebbe problemi a congedare le truppe presenti a Smirne per il semplice fatto che si tratterebbe di ricollocarle altrove e, soprattutto, ciò non darebbe luogo ad alcun arretramento strategico con riflessi sulla capacità di difendere l’integrità territoriale e proiettare la forza. Non è un caso che ciò che sta chiedendo oggi la Merkel stia venendo domandato anche da Erdogan.

La Grecia, invece, demilitarizzando l’intero Egeo orientale, da Lesbo a Castelrosso, resterebbe scoperta nel caso di un’invasione in stile Cipro ed impossibilitata a difendere le cosiddette “zone grigie”, ovvero le isole disabitate sulle quali la Turchia reclama la sovranità sin dal periodo interguerra e per le quali ha dimostrato di essere anche pronta ad utilizzare la forza, come nel caso dell’incidente di Imia.

Inoltre, è scorretto parlare di demilitarizzazione perché sulle isole finite nel mirino del duo Merkel-Erdogan non sono presenti delle vere e proprie basi militari di natura offensiva quanto dei piccoli presidi, composti mediamente da contingenti non superiori ai venti soldati, a tutela della sicurezza degli abitanti e dell’ordine locale.

Demilitarizzare equivarrebbe, in pratica, ad accettare un’implicita cessione di sovranità, con l’effetto contrario e perverso di spingere Erdogan ad alzare ulteriormente il clima di scontro, forte della remissività greca e dell’accondiscendenza tedesca.