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Nell’era della globalizzazione e della connettività planetaria, la questione linguistica gioca un ruolo primario e diventa una determinante primaria di soft power e influenza. Ciò vale anche per l’italiano, che il nostro Paese fatica a trasformare in una risorsa strategica e in un veicolo comunicativo di primaria grandezza, rimanendo vittima di pregiudizi e provincialismi di varia natura.

Basti pensare alla scarsa considerazione che dell’idioma nazionale ha il Ministero dell’Istruzione: come segnalato da Elena Barlozzari su Il Giornaleinfatti, anche l’Accademia della Crusca ha stigmatizzato apertamente la decisione del MIUR di scegliere l’inglese per la formulazione delle proposte per il bando per il finanziamento dei progetti universitari di interesse nazionale.

L’Italia snobba l’italiano, e nella partita globale il nostro Paese perde un’ulteriore opportunità per definire le sue prospettive future, abdicando all’utilizzo delle risorse che l’idioma nazionale riserva. Con oltre 2,2 milioni di studenti a livello planetario, tra il 2015 e il 2016 l’italiano è risultata la quarta lingua più studiata al mondo, dietro a spagnolo, inglese e cinese, ma tale serbatoio di risorse non è stato adeguatamente sfruttato.

Come riportato da Massimo Maugeri sul sito dell’Agi, “la direzione generale per la promozione del sistema Paese, nel biennio considerato, ha offerto borse di studio a solo 571 cittadini stranieri, pari a complessive 3.836 mensilità”.

La profondità strategica dell’italiano

Le motivazioni che hanno portato la lingua italiana, che presenta un numero di utenti primari non molto superiore ai 60 milioni di abitanti del nostro Paese, ad acquisire una rilevanza planetaria tanto sorprendente sono molteplici e variegate.

In primo luogo, l’italiano è avvantaggiato dal fatto di rappresentare la lingua franca della Chiesa cattolica: la crescente influenza planetaria del Vaticano e il crescente dialogo tra la Santa Sede e le “periferie” della cristianità hanno valorizzato tale ruolo, che già da tempo caratterizzava preti, vescovi, cardinali e missionari di tutto il mondo.

Poi, scriveva il professor Aldo Giannuli nel 2015, “c’è da considerare che l’Italia è uno dei paesi che ha avuto una cospicua emigrazione nell’ultimo secolo: circa 40 milioni di persone sparse soprattutto in Argentina, Usa, Canada, Australia, Germania, Francia e Belgio e non pochi figli e nipoti si sono mantenuti bilingui. […] C’è poi l’importanza dell’italiano sul piano culturale ed anche qui si sono dimenticate troppe cose”.

Dal melodramma alla letteratura, l’interesse mondiale per la cultura italiana è crescente: basti pensare al fatto che, oramai, i più grandi studiosi contemporanei di Dante sono di origine tedesca o statunitense. Arte e cultura sono eccezionali componenti dell’orgoglio storico nazionale, ma al tempo stesso rappresentano un elemento di soft power, un mezzo di riconoscibilità del Paese sul piano mondiale. Gastronomia e moda sono ulteriori settori commerciali di importanza capitale che hanno nell’italiano una lingua veicolare.

La Società Dante Alighieri e le ristrettezze nella promozione dell’italiano

Sul numero di Limes di maggio 2017 Andrea Riccardi ragionava sulla possibilità di un “Commonwealth italiano” fondato sulla base della commistione di “italofonia” e “italsintonia”, un forum “a cui non parteciperebbero solo alcuni Stati, ma anche Paesi, regioni, città del mondo interessati a mantenere un legame con l’Italia: accanto alle espressioni di enti istituzionali dovrebbe trovare spazio il mondo della produzione, della cultura, dello spettacolo, dello sport”.

Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio ed ex Ministro parlava con la consapevolezza di chi, da presidente della Società Dante Alighieri, fondata nel 1889, opera da tempo per la promozione dell’italiano e della cultura italiana nel mondo, battendosi contro le ristrettezze di bilancio che hanno imposto tagli fino all’80% dei contributi pubblici destinati all’istituto fiorentino, fermi negli ultimi anni a circa 500.000 euro annui.

Al confronto, fanno certamente impietosire i bilanci di cui usufruiscono non solo autentici giganti come il British Council (826 milioni di euro annui) ma anche realtà di dimensioni più ridotte come lo spagnolo Istituto Cervantes (80 milioni) e il portoghese Istituto Camoes (12 milioni). Segno della mancanza di una volontà politica per il rafforzamento dell’italiano quale strumento di influenza per il nostro Paese nel mondo, a cui bisognerà porre rimedio per evitare di risultare, una volta di più, spiazzati nell’agone globale.