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Mentre in Ucraina tuonano i cannoni, in Francia c’è un’altra guerra in corso. Uno scontro felpato, sottile ma altrettanto crudele. È la guerra delle destre. Vi è chi lotta per la propria sopravvivenza personale o per quella del suo partito e chi si gioca un possibile futuro da leader. Come nel film Highlander, ne rimarrà soltanto uno/a.

Tutto si deciderà il 10 aprile con gli esiti del primo turno delle presidenziali. Un passaggio esiziale che incoronerà il/la sfidante a Emmanuel Macron e scaraventerà negli angoli del marginalismo i candidati perdenti. Vediamo i numeri. Ad oggi i sondaggi danno il presidente uscente attorno al 29,4 per cento tallonato da Marine Le Pen al 18. Seguono al 12.8 il gauchiste Mèlechon e i due concorrenti destrosi, Eric Zemmour al 11.3 e Valérie Pécresse al 10.9 per cento. Tutto deciso, tutto scontato dunque? Non proprio.

Nessuno in Francia ha scordato la dura lezione delle scorse elezioni regionali del giugno scorso quando un massiccio astensionismo (il 67 per cento del corpo elettorale disertò le urne…) stravolse ogni pronostico. Ricordiamo brevemente l’accaduto: Marine Le Pen perse già al primo turno ben nove punti rispetto alle precedenti consultazioni, mentre i sondaggi l’accreditavano come vincente; il partito di Emmanuel Macron “République en Marche!” ricavò solo uno striminzito 10%, “France Insoumise” di Jean-Luc Mélenchon (post-comunisti) rimase ai margini con un 5,7% e i Verdi, altri favoriti della vigilia, si fermarono al 9,10 %. Gli unici a sorridere furono i “Républicain”, il partito della Pécresse, che grazie ad una base anziana ma molto fidelizzata conquistarono inaspettatamente la più parte delle regioni.

La campagna di Le Pen

Dunque per tutti — soprattutto a destra — la prudenza è d’obbligo. Marine Le Pen, nonostante le molte defezioni (tra tutte quella della nipote Marion) verso Zemmour, prosegue nella sua campagna vecchio stile con un programma molto (troppo?) moderato e decisamente rassicurante. Il suo problema principale è rimotivare la base militante, quel “zoccolo duro” in parte disincantato e tentato dall’astensione. Perciò pochi dibattiti televisivi, minima presenza nelle grandi città e tante visite nella provincia profonda, il tradizionale serbatoio lepenista.  Al centro dei discorsi pochissima attualità (la guerra in Ucraina è un nervo scoperto per la signora), molta attenzione ai problemi sociali ed economici e la proposta di un (improbabile) governo d’unità nazionale.

I dolori di Valérie Pécresse

Tutta in salita invece la campagna di Valérie Pécresse. Dopo il suo clamoroso flop iniziale allo Zenith di Parigi — un discorso incolore che spaventò i notabili del suo partito —, madame ha fatto appello agli eletti locali, considerati i migliori portavoce della sua candidatura sul territorio e ha portato la crisi ucraina al centro dei suoi messaggi. Non a caso. Preoccupata giustamente della popolarità di Zemmour nel campo post gaullista, la Pécresse non perde occasione per esibire il suo occidentalismo assoluto e accusare il rivale di sulfuree simpatie per la Russia putiniana sino al punto da chiamarlo pubblicamente “Vladimir Zemmour”.  Una linea aggressiva che però non ha pagato nel suo scontro televisivo con il giornalista lo scorso 10 marzo su TF1. Nonostante le insinuazioni velenose e ripetute accuse di “putinofilia” Zemmour ha tenuto in qualche modo il punto e il match è finito con uno zero a zero.

I limiti di Zemmour

Inevitabilmente per Zemmour le cose si sono complicate dopo l’invasione dell’Ucraina. Un evento che ha interrotto la sua sorprendente ascesa nei sondaggi. Le sue dichiarazioni contrarie ad ospitare i rifugiati e la diversa “comprensione” sulle responsabilità della guerra gli sono costati preziosi punti di percentuale a favore — come indicano gli istituti di ricerca — proprio di Macron.  In più poco o nulla a spostato l’arrivo di Marion Le Pen, personaggio mediaticamente sopravalutato ma politicamente poco incisivo. In ogni caso il polemista non molla. Convinto che nei prossimi giorni l’attenzione dei francesi si risposterà nuovamente sulle elezioni presidenziali si prepara a lanciare sino al 9 aprile un’offensiva propagandistica in grande stile: 100 comizi in tutti i dipartimenti del Paese e una “lettera aperta” di sedici pagine a milioni d’elettori.

Basterà tutto questo lavorio per superare la Le Pen e arrivare vincente al primo turno? Difficile dirlo. Alain de Benoist, padre nobile della Nouvelle Droite transalpina e attento osservatore, ha molti dubbi. “Ciò che essenzialmente separava Marine Le Pen ed Eric Zemmour non erano tanto la loro personalità o le loro idee quanto i loro elettorati (classi lavoratrici o media borghesia radicalizzata) e le loro strategie (“blocco popolare” o “unione dei diritti”). Questo è stato confermato. Zemmour ha finora fallito nella sua ambizione. Il suo elettorato è instabile, e rimane all’incirca al livello di Pécresse, che è in calo, e di Mélenchon, che è in salita. Chi ha scommesso sul suo successo credeva che Marine Le Pen avrebbe fallito perché il suo partito se la passa male (il che è corretto) senza vedere che i suoi elettori sono molto poco interessati al partito in questione: votano Marine, non il Rassemblement Nazional. Quanto ai comizi di Zemmour, a cominciare da quello tenuto con Marion Maréchal, non hanno, come mi aspettavo, cambiato assolutamente nulla nelle intenzioni di voto. Rimane il fatto fondamentale: l’elettorato di Zemmour è un elettorato anti-immigrazione, quello di Marine Le Pen è un elettorato anti-sistema”. Appuntamento all’11 aprile.

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