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Marine Le Pen contro Emmanuel Macron. Alle elezioni presidenziali del 2022, la Francia potrebbe assistere al revival della sfida già andata in atto nel 2017. In quell’occasione, i due candidati superarono lo scoglio del primo turno ottenendo rispettivamente il 24,01% e il 21,30% delle preferenze. Per la prima volta nessuno dei due storici partiti francesi, cioè Socialisti e Repubblicani, riuscì ad avere accesso al ballottaggio. Il testa a testa finale, coincidente con il secondo turno, vide la netta affermazione di Macron, forte di uno schiacciante 66,10% a fronte del 33,90% raccolto da Le Pen.

Nel frattempo, Marine Le Pen ha attuato una radicale trasformazione del partito da lei guidato. Dal 2018 in poi il Front National (FN) si è trasformato nel Rassemblement National (RN). Chiaro il tentativo di Le Pen: cambiare abito alla sua formazione politica nel tentativo di espandere il bacino elettorale e, al tempo stesso, ridurre la demonizzazione del vecchio FN. Considerando che la popolarità di Macron – almeno secondo quanto registrano i sondaggi – è in caduta libera, la sensazione è che Le Pen provi a far leva su alcuni temi politici per detronizzare l’attuale presidente francese.

L’ombra del terrorismo islamico, l’attuazione di politiche lavorative e di welfare in netto contrasto con un’ampia fetta della popolazione e, in ultimo, la pandemia di Covid-19, sono tutti fattori che hanno via via sporcato l’apparente aura sacra di Macron. Eppure, nonostante il populismo in Francia sia ancora vivo e vegeto, Marine Le Pen potrebbe schiantarsi, ancora una volta, sulla scogliera rappresentata dal secondo turno elettorale.

Da FN a RN: un progetto a “metà del guado”

In relazione allo scenario transalpino, la domanda che molti si fanno è tanto semplice: riuscirà Marine Le Pen a sconfiggere Emmanuel Macron, così da ricoprire la carica di presidente della Repubblica francese? Ne abbiamo parlato con Marco Tarchi, politologo, tra i massimi esperti in materia di populismo, nonché professore di scienza politica all’Università di Firenze e autore del testo Italia Populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo (Il Mulino). “No, Le Pen non riuscirà a detronizzare Macron, e lo darei per certo”, ha subito affermato Tarchi, spiegando tuttavia che questo “non esclude che possa migliorare le sue posizioni rispetto al 2017, e quindi rafforzare comunque una sua potenziale candidatura in una fase successiva”.

Al momento, come hanno dimostrato i risultati delle ultime elezioni regionali, il progetto di Le Pen “è un po’ in mezzo al guado”. In che senso? “La cosiddetta dediabolisation, cioè la sdemonizzazione del partito, ha comportato un alleggerimento di molti temi critici e radicali – che potevano essere considerati estremi – per cercare di riposizionare il partito in una posizione tale da fargli guadagnare una parte dell’elettorato repubblicano, cioè della destra classica neogollista”, ha aggiunto Tarchi.

La sfida Le Pen-Macron

Le conseguenze di una simile mossa, in termini elettorali non sono state del tutto positive. Già, perché questo “è dispiaciuto fortemente a quelle frange della popolazione che invece avevano seguito molto il precedente percorso, fortemente populista, che Marine Le Pen aveva messo in campo dalla sua ascesa al vertice del partito, nel 2011, fino al 2017”. Lo choc avuto per le proporzioni della sconfitta al secondo turno delle presidenziali del 2017 ha insomma spinto Le Pen ad assumere una veste più governativa, nel tentativo di strizzare l’occhio a un elettorato più ampio.

Il problema è che questa strategia “non è riuscita per ora a farle conquistare un blocco significativo di votanti della destra classica” e, in compenso, “le ha allineato dei votanti di protesta”, ha fatto notare Tarchi. Come finirà, quindi, il braccio di ferro tra Le Pen e Macron? “Non farei previsioni drastiche. Se non che Le Pen non vincerà. Però non escludo affatto né che possa arrivare al secondo turno, né che possa crescere fino al 40% o oltre il 40% dei consensi, se dovesse trovarsi direttamente contro Macron. Ma non posso nemmeno esser sicuro che questo avverrà”.

Il populismo di sinistra

Parlando di populismo, c’è chi ha provato a suddividere questo fenomeno politico in due tronconi: il populismo di destra e quello di sinistra. Restando sempre in Francia, il primo è incarnato alla perfezione dal FN di Marine Le Pen, mentre il secondo, ad esempio, dal Parti de Gauche fondato da Jean-Luc Mélenchon. Inizialmente, intorno al 2015-2017, i media facevano quasi a gara per raccontare la storia di un partito di sinistra che, per molti versi, strizzava l’occhio a tematiche sbandierate dai suoi diretti oppositori, in primis il FN. In breve tempo, la sinistra populista francese perse tuttavia terreno, al punto da ritrovarsi con un piccolissimo spazio di manovra, irrisorio e ben lontano dalle posizioni di governo che contano.

Lo stesso, a dire il vero, è accaduto un po’ in tutta l’Europa a quei partiti fautori del populismo di sinistra. Perché, a differenza dei cugini “di destra”, queste forze politiche non sono riuscite a fare breccia nell’elettorato? “Non è solo un caso francese”, ha giustamente fatto notare Tarchi. “Oserei dire che il populismo di sinistra malgrado le teorizzazioni fatte, non è riuscito assolutamente a sviluppare una sua dinamica autonoma perché ha avuto un po’ paura di se stesso. L’idea era quella di seguire il populismo cosiddetto di destra in alcune delle sue rivendicazioni fondamentali, ma di astenersi dal seguirlo su altri temi, in particolare su quello della critica dell’immigrazione e della formulazione di un concetto di popolo che avesse caratteristiche identitarie molto forti”, ha aggiunto lo studioso.

È proprio qui, però, che sorge un bel nodo spinoso. Il popolo dei populisti, infatti, almeno in questo periodo storico, è caratterizzato da un “forte attaccamento alle proprie tradizioni, alla propria cultura e quindi alla propria identità, e ha tendenza a diffidare se non contrastare gli estranei”. Va da sé che, in una fase di forte immigrazione come quella attuale, il suddetto popolo si definisce anche in senso etno-culturale. Rifiutare di considerarlo tale, “e addirittura, come dice Chantal Mouffe, sperare di portare insieme tutta una serie di soggetti protestatari contro il sistema – in nome di un concetto di popolo, dove dovrebbero riconoscersi quelli che hanno rivendicazioni lgbt, le femministe, gli sfruttati sociali, insieme ad altre categorie che hanno altre sensibilità verso il messaggio populista, cioè gli operai non specializzati e tutti i danneggiati dalla globalizzazione – significa scadere nell’irrealismo“. Quando questo risultato è apparso evidente, i populisti di sinistra hanno alzato bandiera bianca “e si sono abbarbicati alle vecchie posizioni della sinistra radicale, che pure avevano precedentemente criticato”.

Macron populista?

Detto che Marine Le Pen, soprattutto nella prima fase del FN, può essere definita a tutti gli effetti populista, lo stesso vale anche per Macron? Tarchi ci tiene subito a precisare che, benché anche l’attuale presidente francese sia stato oggetto di questo tipo di considerazioni, Emmanuel Macron non può essere etichettato come populista. Perché? “Innanzitutto perché incarna la figura dell’antipopulista per eccellenza. Dopo di che è un uomo dell’élite, che non rinnega il fatto di esserlo, ha fatto il banchiere, è un tecnocrate e ha sempre attaccato i populisti dicendo che erano demagoghi”.

E allora che cosa potrebbe essergli addebitato come populista? “Il fatto di voler sfruttare le occasioni popolari per consolidare la sua scarsa popolarità: va al Tour de France in camicia, va al Salone dell’Agricoltura, stringe le mani ai cittadini (e gli danno anche uno schiaffo) e così via”, ha spiegato Tarchi. Però non basta, “perché queste sono cose che ormai tutti i politici fanno, esclusi pochissimi che non sono a capo di veri e propri partiti ma di piccoli gruppi di élite sostenuti da ambienti finanziari, e che contano solo su se stessi”, ha aggiunto. È dunque importante capire che “non è la demagogia che fa il populista. I populisti sono anche fortemente demagoghi, ma la demagogia fa parte di tutta la politica contemporanea”.

Gilet gialli e nuovi movimenti di protesta

Il populismo potrebbe creare nuovi movimenti di protesta spontanei e dal basso, proprio come accaduto recentemente nel caso dei gilet gialli? La stampa francese sostiene che le manifestazioni contro il pass sanitario rappresenterebbero un’ipotetica occasione per la riaccensione del fenomeno dei gilets jaunes. È davvero così? “Può essere – ha dichiarato Tarchi – ma siamo sempre di fronte a fenomeni così eterogenei che non mostrano a mio parere una tendenza chiara verso una contestazione generale del sistema politico. Se la prendono con alcune misure specifiche. Li abbiamo visti in tutti i paesi europei o quasi, non parlo tanto dei no vax ma di chi contrasta il passaporto sanitario”.

A chi corrispondono movimenti del genere? “A persone in contestazione del tipo di misure che i governi mettono in atto. Ma il punto focale, secondo me, è questo: costoro reagiscono in nome di un’entità collettiva (e quindi del popolo), oppure in nome di rivendicazioni individuali e individualiste (cioè: io voglio andare in discoteca o al ristorante e non puoi proibirmelo)?”, si è chiesto Tarchi. Se a prevalere sono rivendicazioni individuali, tutto ciò “non ha a che vedere con un’idea di popolo come entità complessiva. Cosa che in altre formazioni abbiamo visto”.

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