La natura dirompente della pandemia di Covid-19 che ha investito l’Italia nel 2020 e il fatto che la Penisola sia stata la prima nazione in Europa a sperimentare le conseguenze sanitarie, economiche e sociali dell’esplosione del Sars-Cov-2 ha, a partire dal marzo dell’anno scorso, portato il nostro Paese sotto la lente degli osservatori internazionali. E scatenato una vera e propria corsa ad aiutare l’Italia da parte delle principali  potenze del pianeta. Corsa che, al tempo stesso, ha funto da innesco per una vera e propria sfida geopolitica. A un anno di distanza, questa sfida è più accesa che mai: Stati Uniti, Cina, Russia e altre potenze guardano da vicino il sistema-Paese italiano.

2020: il campo di battaglia degli aiuti all’Italia

Tra marzo e aprile 2020 apparve chiaro a molti che l’Italia fosse tornata ad essere un campo di battaglia e, in un certo senso, un Paese “contendibile”. Se escludiamo lo sforzo generoso e disinteressato di piccoli, grandi Paesi come Albania e Cuba è interessante analizzare la simmetria tra l’intensità dell’azione di una potenza e la risposta delle altre nel sostegno all’Italia. L’inizio degli aiuti cinesi, le donazioni delle comunità asiatiche agli ospedali, l’arrivo dei primi interventi anche da parte americana (in particolare attraverso la Us Charitable Trust e la Samaritan’s Purse) hanno avuto una forte rilevanza politica, ma poche iniziative di questo tipo hanno colpito l’opinione pubblica quanto l’operazione del contingente militare-sanitario russo operativo in Italia tra marzo e maggio 2020. Sbarcati all’aeroporto di Orio al Serio tra il 20 e il 25 marzo, gli specialisti militari arrivati da Mosca hanno dato un grande supporto nelle province di Bergamo e Brescia. Negli ospedali ma soprattutto nelle Rsa, i luoghi dove il Covid 19 ha fatto strage: più di cento quelle sanificate, tra le valli bergamasche e la bassa bresciana.

Per Paesi come Cina e Russia è stato ipotizzato che, oltre a motivi di prestigio, l’incremento degli aiuti sanitari all’Italia abbia portato un dividendo in termini di informazioni e di mappatura sanitaria della popolazione colpita dal Covid-19, fattori utili alla mappatura e allo studio della malattia e, in prospettiva, alla realizzazione di un vaccino. Per gli Stati Uniti, che nell’era Trump hanno percepito con chiarezza la natura geopolitica del confronto, l’obiettivo principale è stato quello di non perdere la faccia e l’immagine di fronte a un escalation nel sostegno sanitario e umanitario da parte dei loro principali rivali a un’alleata chiave, e molto spesso traballante nella solidarietà atlantica, come l’Italia.

La “geopandemia”

Il paradigma della pandemia come “virus acceleratore” si applica, dunque, anche al confronto geopolitico tra potenze. Il professor Salvatore Santangelo ha in quest’ottica coniato il termine “geopandemia”, che dà il nome a un suo omonimo saggio, che approfondisce quanto presentato in un articolo del marzo 2020 scritto a quattro mani con Gabriele Natalizia su Geopolitica.info. Il paradigma di riferimento vede, in questo contesto, l’Italia laboratorio di una competizione geopolitica che va oltre il classico dualismo tra hard power e soft power, nella consapevolezza del fatto che oggigiorno “il confronto tra grandi potenze prende forma su terreni nuovi (biotecnologie, calcolatori quantistici, intelligenza artificiale, reti di comunicazione, big data) che non possono essere ridotti a degli epifenomeni delle dimensioni tradizionali”. Dunque, “la Federazione Russa o la Repubblica Popolare Cinese potrebbero essere interessate a compiere salti di paradigma strategico proprio su terreni “nuovi” della competizione internazionale” in cui anche le informazioni biosanitarie e la prova sul campo di personale militare specializzato in un vero e proprio scenario “ibrido” come una pandemia possono risultare strategicamente rilevanti.

Le nuove “guerre d’Italia”?

A un anno di distanza il nostro Paese continua ad essere oggetto di forti contese geopolitiche e geostrategiche. L’irrigidimento della contrapposizione tra gli Usa da un lato e Russia e Cina dall’altro, l’accelerazione della rivalità strategica in campi come la corsa all’innovazione di frontiera, le produzioni industriali critiche, l’energia, lo sviluppo dei vaccini, le fragilità intrinseche del blocco europeo di fronte al rapido recupero americano dalla pandemia e il clima di latente tensione che anima gli affari globali hanno aumentato il livello di guardia in tutto il campo occidentale. E l’Italia, Paese cerniera tra Europa e Mediterraneo, resta osservato speciale.

Dall’ipotesi stessa (vera o falsa che sia) che gli Usa possano aver avuto un ruolo nell’accelerare, delegittimandolo sul campo, la caduta dal governo di Giuseppe Conte per sostituirlo con una figura ritenuta più autorevole e vicina come Mario Draghi alle discussioni sulla presenza di un “partito cinese” a Roma, passando per la nuova questione russa aperta dal complesso caso Walter Biot gli ultimi mesi hanno visto un’escalation di tensioni e una crescita delle attenzioni per il Paese da parte delle cancellerie internazionali. A cui non si potevano non aggiungere Francia e Germania, perni dell’Unione Europea e intenzionate a preservare l’allineamento tra Roma e Bruxelles e a evitare che un flop del nostro Paese sul Recovery Fund mandi, di fatto, a fondo il progetto di rilancio del Vecchio Continente, intenzione da molti addotta a giustificazione del sostegno di Emmanuel Macron e Angela Merkel all’ascesa di Draghi, ma velatamente intenzionati a preservare l’Italia nella sua condizione minoritaria e di junior partner che all’attuale premier pare stare relativamente stretta.

Giulio Sapelli ha commentato su Il Sussidiario il crescendo di attenzioni per il nostro Paese sottolineando come la permeabilità del nostro Paese sia legata al fatto che nella classe dirigente di Roma si siano formate vere e proprie “fazioni” legate all’una o all’altra potenza: “alla macchina dei partiti si è sostituita una macchina oligarchica di capi affiliati a diverse potenze internazionali che tramite loro vorrebbero governare l’Italia nel disordine e nella lotta fratricida degli italiani”, in un contesto che pare una rilettura contemporanea delle guerre italiane del Cinquecento. “Molti hanno il dubbio che le potenze contendenti odierne e che fanno il verso a quelle cinquecentesche nominino anche loro, com’è accaduto esemplarmente con i casi di Letta e ben prima di Grillo. Una nuova potenza appare sempre più minacciosa: la Cina è, infatti, apparsa sulla scena mediterranea ed è una differenza sostantiva. Ed è apparsa una potenza saldamente insediatasi e che non vuole perdere il potere conquistato da tempo: gli Usa”. Pechino e Washington, novelli Regno di Francia e Sacro Romano Impero, si disputano con più forza delle altre potenze un’Italia provata dalla pandemia, in cui nuove e vecchie forme di competizione strategica e geopolitica si sommano e si ibridano.

Proprio per questa sua intrinseca fragilità l’Italia deve provare a rilanciarsi, a cercare di essere sempre più soggetto e sempre meno oggetto degli affari internazionali. In un certo senso proiettandosi all’estero per blindarsi all’interno. La riscoperta del nostro estero vicino appare la prima condizione imprescindibile da soddisfare, assieme al rilancio di una vera e credibile agenda mediterranea che sappia ribadire l’esistenza e l’operatività di Roma. La quale dovrà, in prospettiva, dedicare il più ampio gradiente di risorse possibili alla costruzione di una prospettiva autonoma di superamento della pandemia, senza risultare dipendente da sostegni esterni variamente interessati, e in quest’ottica la costituzione di filiere nazionali per l’industria dei farmaci, dei dispositivi sanitari e dei vaccini appare obiettivo imprescindibile. Serve, in ultima istanza, riacquisire visione e pensare con un’ottica di lungo termine. Proprio perché campo di battaglia, siamo strategici. E dobbiamo far pesare sul tavolo di fronte ad alleati, partner e avversari potenziali tutte le risorse che possiamo mettere a disposizione della risoluzione delle grandi dinamiche internazionali.