La crisi in Ucraina interessa da vicino l’Italia. La disputa tra Kiev e Mosca, le preoccupazioni di un allargamento Nato lungo i confini russi da parte del Cremlino e i venti di guerra sul mar Nero non sono eventi lontani dal nostro Paese. Non solo a livello geografico, perché si tratterebbe pur sempre di un conflitto alle porte dell’Europa, ma anche politico. La guerra avrebbe conseguenze in primis sui flussi migratori. È bene ricordare infatti che l’Italia ospita la più grande comunità ucraina e migliaia di persone vedrebbero nel territorio italiano la meta privilegiata in cui trovare riparo. Poi ovviamente in ballo ci sono le questioni energetiche, con i prezzi del gas che potrebbero lievitare e non poco se la situazione dovesse precipitare. Roma si è mossa, come sua consuetudine, nell’ombra. Soltanto negli ultimi giorni la diplomazia italiana sta cercando di uscire allo scoperto.

La posizione di Mario Draghi

L’Italia nella crisi ucraina ha sempre tenuto una linea simile a quella degli alleati europei e atlantici. Già nel 2014 il nostro Paese ha ribadito il sostegno all’integrità territoriale di Kiev e il ritorno sotto la sovranità del governo ucraino delle regioni separatiste del Donbass. Una posizione ribadita anche negli ultimi giorni. Gli accordi di Minsk sottoscritti nel settembre 2014 anche per Roma costituiscono la base da cui partire per giungere a una soluzione diplomatica della vicenda. Lo ha ribadito lo stesso presidente del consiglio Mario Draghi in una telefonata con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky tenuta nel pomeriggio di martedì: “Draghi ha ribadito l’impegno dell’Italia per l’integrità territoriale dell’Ucraina”, hanno specificato fonti di Palazzo Chigi. Al tempo stesso però il capo dell’esecutivo ha voluto puntare l’attenzione sull’importanza di arrivare ad accordi duraturi e a lungo termine, tenendo aperto il “canale di dialogo con Mosca”. Una circostanza quest’ultima che è sempre apparsa fondamentale per l’Italia. I rapporti con il Cremlino sono buoni anche perché lo scambio commerciale tra il nostro Paese e la Russia è storicamente molto intenso.

Le prime sanzioni contro Mosca, applicate all’indomani dell’annessione della Crimea su input statunitense ed europeo, hanno creato non pochi danni alle aziende italiane. Molte hanno dovuto rinunciare a un mercato tradizionalmente redditizio per il nostro export. Altre sanzioni dunque non sarebbero funzionali alla nostra economia. Se è vero che Mario Draghi, a differenza del presidente francese Emmanuel Macron e del cancelliere tedesco Olaf Sholz, non si è recato di presenza né al Cremlino e né a Kiev, è anche vero che Palazzo Chigi non è rimasto immobile nelle ultime settimane. La telefonata a Zelensky è arrivata in un momento in cui l’Italia sta lavorando sotto traccia sostenendo i tentativi di mediazione operata da Parigi. Non a caso in questo mercoledì Mario Draghi è atteso a Parigi dove incontrerà a cena all’Eliseo lo stesso Macron. Sarà forse in questa sede che il presidente del consiglio italiano ribadirà la posizione di Roma sull’intera vicenda.

La visita di Di Maio a Kiev

Soltanto martedì un esponente del governo italiano è andato direttamente sul campo. In quella Kiev visitata nei giorni scorsi da Macron e Scholz, nelle scorse ore è atterrato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Un incontro rimasto confinato a livello di titolari della diplomazia. L’ex capo politico del M5S ha infatti incontrato il suo omologo Dmytro Kuleba. Una presenza, quella del numero uno della Farnesina, più che altro simbolica. Non erano attesi, e infatti non sono arrivati, risultati significativi. La missione di Di Maio era incentrata a rendere l’azione italiana un po’ più vicina ai riflettori e un po’ meno dietro le quinte. A Kiev il ministro degli Esteri ha rimarcato la volontà di Roma di sostenere l’integrità territoriale ucraina. Ma, soprattutto, di fare affidamento alla volontà degli altri attori impegnati nella vicenda di risolvere la questione con mezzi diplomatici.

“Dall’incontro a Kiev – ha scritto Di Maio su Facebook – posso affermare che esiste uno spazio per una soluzione diplomatica. Una soluzione, per essere tale, deve essere condivisa in un quadro più ampio di sicurezza europea”. È stato inoltre annunciato che l’ambasciata italiana a Kiev rimarrà regolarmente aperta, nonostante il richiamo avvenuto sabato del personale non essenziale: “La via da percorrere – ha aggiunto Di Maio – è quella della pace e della stabilità, e anche per questo la nostra ambasciata a Kiev rimarrà aperta e pienamente operativa. L’ho confermato oggi al mio collega Dmytro Kuleba, che ringrazio per l’accoglienza. L’Italia è vicina al popolo ucraino, sostiene l’integrità territoriale e la piena sovranità dell’Ucraina. Continuiamo a monitorare con la massima attenzione gli sviluppi della situazione. In queste ore la diplomazia non deve fermarsi, perché è l’unica vera arma pacifica per evitare un conflitto”.

Un’azione a fari spenti

Si può dire, complessivamente, che l’Italia in Ucraina si sta muovendo senza il beneficio dei riflettori. Roma è spettatrice interessata, ma non direttamente protagonista. Un po’ per scelta, un po’ per necessità. Palazzo Chigi non vuole arrivare ai ferri corti con Mosca. Al tempo stesso però, non può permettersi di alimentare dubbi a Washington sulla propria posizione. Un eccessivo attivismo italiano a favore di una soluzione diplomatica potrebbe alimentare non pochi sospetti oltreoceano. Prudenza dunque è stata la parola d’ordine in queste settimane. Anche perché il governo nel frattempo è stato distratto dalle recenti elezioni per il Quirinale e il dossier ucraino è balzato in cima alle priorità della presidenza del consiglio soltanto negli ultimi giorni. Draghi quindi ha preferito, probabilmente con il benestare dei vertici della nostra diplomazia, puntare su un lavoro dietro le quinte supportando dalle seconde linee le mediazioni di Parigi e Berlino. L’Italia sulla vicenda ucraina non siederà al tavolo dei protagonisti, ma continuerà a guardare con estremo interesse alle prossime evoluzioni. Puntando tutto su una “de escalation” in grado di non ledere i propri principali interessi.

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