Nei giorni concitati dello scorso inverno, caratterizzati dall’autoproclamazione di Juan Guaidò a presidente del Venezuela e dall’irrigidimento del governo di Nicolas Maduro, che detiene il riconoscimento nella comunità internazionale e all’Onu nonostante le numerose defezioni occidentali, pochi Paesi hanno posto in essere un serio tentativo di mediazione. Se, da un lato, Stati Uniti ed alleati hanno fin da subito cavalcato Guaidò e, dall’altro, Cina, Russia, Turchia e Iran hanno difeso, assieme a Cuba e Bolivia, la permanenza di Maduro al potere, sono stati Vaticano, Messico e Uruguay a porsi in prima fila per una mediazione compiuta.
Città del Messico e Montevideo hanno disconosciuto Guaidò a condizione che Maduro convochi nei prossimi mesi elezioni regolari, mentre la Santa Sede si è trovata in una posizione più scomoda, costretta a mediare tra numerose esigenze: rispettare l’opinione della Conferenza Episcopale di Caracas, in larga parte ostile a Maduro; non concedere al Presidente la possibilità di farsi schermo con la legittimazione papale di fronte a un contesto di violenza endemica e, dalla parte opposta, non legittimare l’usurpazione di Guaidò in assenza di regolari elezioni; dover mediare per rafforzare la posizione contrattuale del Vaticano in un continente in cui la nascita di governi allineati a Washington e influenzati dalle forze evangeliche e pentecostali ha fatto scivolare il piano in una direzione distante da una trattativa equilibrata.
Il duo costituito da papa Francesco e dal Segretario di Stato Pietro Parolin si è districato con eleganza da questo intricato groviglio. Confermandosi la squadra diplomatica più efficiente nel contesto internazionale. Il Vaticano è presente in Venezuela per far sentire la sua voce, e numerose indicazioni testimoniano che la volontà di Francesco sia quella di ripartire dalla situazione venutasi a creare nei dialoghi interrotti nel 2016, a cui la Santa Sede ha partecipato profusamente. Come sottolineato da Limes, ciò si evince in particolar modo dalla missiva inviata il 13 febbraio scorso dal Papa a Maduro, in cui il delfino di Chavez non è definito “Presidente” ma Excelentísimo señor .
Sottotraccia, il Vaticano è allineato con la Conferenza Episcopale nel ritenere una transizione al governo la soluzione migliore per il Venezuela. Ma il recente tentativo di conquista del potere da parte di Guaidò, e la sua caduta, assieme a John Bolton e Mike Pompeo, nella trappola e nel doppio gioco preparati dai vertici militari del governo chavista e dai suoi consiglieri russi e cubani, testimonia come non possa essere il carneade presidente dell’Assemblea Nazionale l’alternativa credibile. Impacciato e inesperto, Guaidò è una figura debole. Troppo poco per assicurare al Venezuela e alla sua popolazione a larga maggioranza cattolica la stabilità che il Vaticano desidera.
Un primo passo che il Vaticano sembra essere interessato a compiere è, in tal senso, l’apertura di un canale diplomatico tra l’opposizione venezuelana e la Russia, che sostiene Maduro ma non è disposta ad andare alle estreme conseguenze per difendere un governo che, a differenza di quello siriano di Bashar al-Assad, tutela un ruolo strategico non vitale per la Federazione. La Russia e la Cina chiederebbero come assicurazione minima per accettare una transizione la garanzia sui loro crediti, la tutela dei loro interessi energetici e l’ascesa di un governo non smaccatamente allineato a Washington.
“La Santa Sede si sta adoperando in questo senso, per favorire contatti tra Guaidó e i russi”, sottolinea La Stampa. “La settimana scorsa i vescovi venezuelani hanno inviato una nuova lettera privata al Papa, in cui sostengono la transizione. Francesco è con loro, ma ha un ruolo diverso da svolgere. La Santa Sede parte dal riconoscimento delle sofferenze della popolazione, e quindi dalla necessità umanitaria di trovare una soluzione. Perciò aiuta il dialogo con i russi per una via d’uscita pacifica. Anche l’ Italia può giocare un ruolo, perché con il mancato riconoscimento di Guaidó ha irritato gli Usa e gli italo-venezuelani, ma si è creata uno spazio di manovra tra il governo e l’opposizione, che il consigliere diplomatico di Palazzo Chigi Benassi ha cercato di sfruttare quando ha visitato Caracas per invitare Maduro al compromesso”.
La strategia del Vaticano è chiara e potrebbe coinvolgere anche gli altri Paesi del fronte della mediazione e, in prospettiva, l’Italia. Ammettendo con onestà che né Maduro né Guaidò sono le figure ideali per portare il Venezuela fuori dalla crisi, ora è necessario uno sforzo ulteriore per poter fare adeguatamente asse col Vaticano.
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