La geopolitica della corsa allo spazio
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In campagna elettorale Donald Trump lo aveva promesso: avrebbe spostato l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo così il dominio ebraico sulla città santa. Una promessa indirizzata certamente all’influente comunità israelita statunitense, ma anche al primo ministro Benjamin Netanyahu, che cercava nuovi alleati negli Stati Uniti dopo gli otto anni di governo di Barack Obama.

Non appena insediato alla Casa Bianca, il tycoon ha chiamato Bibi, promettendo “una stretta collaborazione militare, nell’intelligence e nella sicurezza con Israele”. Una collaborazione tra i due Paesi che è diventata sempre più stretta fin dai tempi di Lyndon B. Johnson. Secondo Michael Oren, autore del libro La guerra dei sei giorni, questo il conflitto fa “emergere per la prima volta della relazione strategica fra Israele e Stati Uniti nel momento in cui l’amministrazione Johnson si sveglia la mattina de 12 giugno 1967 e si disse: ‘Oh cielo, ci troviamo fra le mani una potenza regionale, non possiamo permetterci di non averla come alleata'”. È con questa guerra che Israele si scopre una potenza in Medio Oriente e diventa quindi strategicamente importante per gli Stati Uniti sia in termini strategici che economici.

Israele diventa il baluardo dell’Occidente in terra araba e, anche, la lunga mano di Washington. Non stupisce quindi che tutti, o quasi, i presidenti americani proposero di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme. Si doveva dare un segno tangibile di questa alleanza. Lo fece Bill Clinton nel 1992, poi George W. Bush nel 2000 e Barack Obama bel 2008. Tutti i presidenti americani hanno sottolineato la necessità di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. 

Come riporta l’Huffington Post, “nel 1995, il congresso americano ha approvato la legge sull’ambasciata di Gerusalemme. L’atto è vincolante ma prevede una clausola in base alla quale i presidenti americani possono rinviare l’attuazione della legge ogni sei mesi in ragione di superiori ‘interessi di sicurezza nazionale’. I presidenti Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama hanno firmato questa deroga, con regolarità, ogni sei mesi. Anche Donald Trump, il primo giugno scorso, ha seguito l’esempio dei suoi predecessori, contravvenendo alle promesse fatte in campagna elettorale”. Po la svolta. Il presidente americano sembra voler tirar dritto su questa strada.

A partire dall’attacco dell’11 settembre, i legami tra Washington e Tel Aviv si sono rinsaldati, anche grazie ai molti neocon presenti nell’amministrazione Bush. Molti, a partire dall’Alt Right americana, erano convinti che Donald Trump fosse riuscito a mettere nell’angolo i neconservatori. Ma evidentemente non è così. E la partita tra le due fazioni che si contendono la politica estera degli Stati Uniti è entrata nel vivo.

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