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Nello scorso dicembre, pressato dal movimento dei gilet gialli e dal rischio di una caduta verticale, e definitiva, del consenso residuo il presidente francese Emmanuel Macron ha varato un pacchetto di interventi economici, inseriti in un emendamento alla legge di bilancio, per venire incontro alle rivendicazioni dei protestanti.

Le cosiddette Mesures d’urgence économiques et sociales (Mues) hanno comportato un carico di circa 10 miliardi di euro sul bilancio francese, portando al suo sforamento oltre la soglia del 3% considerata la linea rossa dai trattati europei. Tra le misure previste, la defiscalizzazione degli straordinari, la defiscalizzazione dei bonus di fine anno da parte delle imprese e l’ abrogazione dell’aumento dei contributi per i pensionati che guadagnano meno di 2mila euro al mese. A cui si aggiungono la sospensione per sei mesi dell’aumento della tassa sui carburanti che aveva scatenato le proteste in tutta la Francia e aveva innescato la rivolta dei gilet gialli, il blocco degli aumenti delle tariffe di energia elettrica e gas durante l’inverno e la sospensione dei più stringenti controlli sulle emissioni delle auto che erano previsti per gennaio 2019.

Un passo indietro per l’Eliseo dopo che Macron aveva accompagnato la sua ascesa al potere con la ferma volontà di imporre riforme di liberalizzazione dei settori strategici, di semplificare il codice del lavoro e di ridurre le dimensioni dello Stato sociale.

I gilet gialli, oramai impossibili da controllare politicamente, non hanno ritenuto soddisfacenti le concessioni di Macron, continuando con proteste e manifestazioni che hanno, di recente, conosciuto la fase più problematica. Tali misure da loro indirettamente sollecitate, in ogni caso, provocheranno un effetto positivo sulla crescita francese. Ne è convinta la Banca di Francia, in uno studio che rivede complessivamente al ribasso le stime di crescita per il 2019, che passando all’1,5% rispetto al precedente 1,7-1,8% ma al tempo stesso prevede una svolta dopo il +0,3% del primo trimestre. “Nel resto del 2019, l’ attività in Francia dovrebbe certamente patire la debolezza della domanda dei suoi partner commerciali, ma dovrebbe beneficiare, in compenso, del netto rimbalzo del potere d’ acquisto e dei consumi delle famiglie, sostenuto dal basso prezzo del petrolio di fine anno scorso e dalle misure finanziarie importanti votate a dicembre”, si legge nel report.

La spesa in deficit pagherà i suoi frutti in un incremento del livello di consumi delle famiglie, spingendo l’incremento de potere d’ acquisto per abitante al 2,1% su base annua, il tasso di crescita più elevato dal 2007. Il problema per la Francia, in ogni caso, rimane sempre politico. E continua a basarsi sulla percepita distanza tra il centro parigino del potere e la periferia, che si sente ascoltata solo nei momenti di maggiore agitazione e subbuglio, ma a cui non basterà certamente una spolverata di consumi per restituire le certezze perdute. Come scrive il New York Times, “l’impressione prevalente oggigiorno è che il governo non abbia ascoltato abbastanza le preoccupazioni dei gilet gialli e non ha ancora capito la serietà della crisi”. La Republique En Marche!, il partito di Macron, ha provato a rioganizzarsi per fornire una risposta alle proteste sul territorio, ma la natura strutturale di una formazione nata attorno a un solo uomo ne impedisce un reale radicamento.

I vantaggi, per Macron, sono legati alla rendita di posizione immensa che il ruolo di presidente gli consente di sfruttare. Compattando sulla sua figura la necessità di dare slancio alle proposte concrete rivolte ai gilet gialli per neutralizzarne la protesta. Come prosegue il Times, “Macron, anche di fronte al rischio di un collasso del sistema politico, ha continuato ad affrontare i problemi dall’alto senza rivolgersi ad intermediari. Piuttosto che rinnegare il suo approccio verticistico, lo ha sfruttato”, forte del prestigio della sua carica e del fatto che “i suoi unici avversari politici credibili appaiono ora i partiti agli opposti estremi dello schieramento politico, il Rassemblement National di Marine Le Pen e La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon”.

L’obiettivo è porsi a capo della “maggioranza silenziosa” e capitalizzare politicamente l’opposizione alle proteste. Ma questo non è il 1968, Macron non è Charles de Gaulle. E ce lo dimostra ogni giorno: autogol mediatici come la scelta di andare a sciare, nella giornata di sabato 16 marzo, mentre Parigi veniva messa a ferro e fuoco segnalano la reale distanza tra Macron e il suo popolo. Tra il Presidente e la realtà quotidiana della Francia profonda.

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