Le mire di Trump sull’Afghanistan e la sfida globale alla Cina

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Donald Trump, durante la sua visita di Stato nel Regno Unito, ha lanciato una frase che ha fatto il giro del mondo: gli Stati Uniti starebbero valutando di riaprire la base di Bagram in Afghanistan, chiusa e consegnata ai talebani nel 2021. Non un dettaglio: Bagram era il cuore pulsante dell’intervento militare americano e si trova a un’ora dal confine con la Cina, in una regione dove Pechino sviluppa parte del suo programma nucleare. Il messaggio è chiaro: Washington considera di tornare a mettere il piede in quella che è una piattaforma naturale per sorvegliare non solo l’Afghanistan ma anche l’Asia Centrale, il corridoio sino-pakistano e l’Iran. Non a caso i Talebani hanno, per ora, risposto picche.

La dimensione strategica

La base di Bagram è più di un aeroporto militare: è un simbolo del potere proiettivo americano. Il suo eventuale riutilizzo significherebbe due cose: che Washington non accetta la perdita di influenza sulla regione e che si prepara a una lunga competizione strategica con Pechino e Mosca. I talebani, tuttavia, hanno già risposto: nessuna presenza straniera permanente sarà tollerata. Ma in un contesto di crisi economica devastante, con le riserve della Banca centrale afghana bloccate negli USA, Kabul potrebbe essere tentata di negoziare. Il prezzo? Probabilmente il riconoscimento internazionale del loro regime e aiuti finanziari.

Taiwan e la diplomazia delle armi

Nella stessa conferenza, Trump ha confermato di aver bloccato 400 milioni di dollari di aiuti militari destinati a Taiwan. È la prima volta che Washington sospende queste forniture regolari, e il gesto è chiaramente collegato ai negoziati commerciali e tecnologici con Pechino (tariffe, TikTok, export-control). È un segnale che la Casa Bianca privilegia la leva economica e vede la questione di Taiwan come carta negoziale, non solo come dossier di sicurezza. Una scelta rischiosa, che potrebbe indebolire la deterrenza americana nello Stretto di Taiwan e incoraggiare la Cina a testare la determinazione di Washington.

Geopolitica e geoeconomia: il puzzle asiatico

Queste mosse di Trump ci riportano a una logica di Guerra Fredda 2.0. La Cina e la Russia hanno già riconosciuto o comunque accettato il governo talebano, per ragioni pragmatiche: stabilità dei confini, accesso alle risorse minerarie, corridoi commerciali. Se gli USA rientrassero in Afghanistan, lo farebbero in un ambiente molto più ostile e affollato di attori regionali rispetto a vent’anni fa. Eppure, per Washington, rinunciare a questa leva geografica significa lasciare la regione sotto l’influenza esclusiva di Pechino e Mosca.

Sul piano geoeconomico, il ritorno a Bagram permetterebbe di controllare vie di traffico strategiche, monitorare i corridoi energetici e le rotte dell’oppio, ma costerebbe miliardi di dollari e richiederebbe accordi complessi con i talebani, con il rischio di legittimarli.

La posta in gioco per gli USA

Trump alterna gesti di forza a segnali di apertura verso Pechino, cercando di rinegoziare la posizione americana nel nuovo ordine globale. La sua diplomazia è più transazionale che ideologica: tutto è merce di scambio, dalle basi militari agli aiuti a Taiwan. Se la scommessa funziona, gli Stati Uniti potrebbero recuperare spazi strategici senza pagare il costo di una guerra. Se fallisce, rischiano di apparire incoerenti e di perdere contemporaneamente influenza in Asia e credibilità presso gli alleati.