Salvo ribaltoni dal riconteggio dei voti e salvi capovolgimenti da parte della Corte suprema, il 46esimo presidente degli Stati Uniti d’America sarà Joe Biden. Al termine di una campagna elettorale pirotecnica e dallo svolgimento singolare rispetto a quelle passate e giocata quasi interamente sulla risposta alla pandemia di coronavirus e sulle problematiche e gestione delle minoranze, gli americani hanno scelto il loro prossimo presidente. Sarà “Casa Biden”, dunque, l’immagine che gli Stati Uniti daranno di loro stessi al resto del mondo nei prossimi quattro anni, con l’astro nascente della politica democratica afroamericana Kamala Harris nel ruolo di vicepresidente. Un’accoppiata singolare, che mentre evidenzia da un lato una nuova spinta propositiva – soprattutto sotto l’aspetto dei temi toccati e del linguaggio – dall’altro richiama però le volontà di non distaccarsi troppo dai tradizionali obiettivi governativi del Partito democratico.

Tralasciando però quelli che saranno i riflessi sulla politica estera americana – dove gli Usa, usando le parole di Biden, torneranno “esportatori di Democrazia” – e il fattore pandemia, sono due le tematiche sulle quali si sono incentrate le promesse della nuova presidenza: tutela delle minoranze e tutela dell’ambiente. Insomma, una “Casa Biden” accogliente ed ecosostenibile, almeno secondo l’immagine fornita all’opinione pubblica. Ma le cose stanno davvero in questo modo?

Gli immigrati potrebbero non essere poi così tutelati

Nonostante le mille parole dedicate alle questioni migratorie ed al muro con il Messico, sotto l’aspetto dell’accoglienza e dei rimpatri Donald Trump si è rivelato in questi quattro anni di presidenza ben più morbido rispetto al suo predecessore Barack Obama. Rispetto all’ultimo presidente democratico, infatti, i rimpatri sono drasticamente diminuiti, mentre al tempo stesso sono stati potenziati i regolamenti e gli apparati burocratici adibiti alla gestione delle migrazioni negli Stati Uniti e non soltanto nei confronti del Messico. Questo perché? Sostanzialmente, perché la questione relativa soprattutto ai rapporti con il Messico e le criticità di confine è divisiva anche all’interno dello stesso mondo democratico e la conoscenza del problema risale addirittura al 2006, durante il secondo mandato della presidenza George W. Bush.

Benché Donald Trump avesse fatto del muro con il Messico uno dei suoi cavalli di battaglia, la decisione di ergere una divisione con il Paese centroamericano venne già presa  in quell’anno con i voti favorevoli di Camera e Senato; tuttavia, nonostante l’approvazione esso non venne mai costruito. La questione, con il “Secure fence act“, in questo modo si era per la prima volta chiarificata come trasversale alle forze politiche americane. Indovinate un po’ tra i firmatari democratici che senatori comparivano? Joe Biden, Barack Obama e Hillary Clinton. E se le premesse sono queste, forse si comprende al meglio perché in Texas l’accoppiata Biden-Harris non sia riuscita a sfondare come sperato.

Nemmeno le minoranze si fidano così tanto di Biden

Come era già apparso chiaro dagli ultimi sondaggi rilevati negli Stati Uniti, benché Biden si fosse schierato sin da subito a favore del movimento Black lives matter non tutti gli afroamericani e in generale le minoranze avevano apprezzato il gesto. In modo particolare, a causa della paura – in buona parte fondata – che ciò fosse dovuto a delle semplici logiche propagandistiche ed elettorali e non fosse spinto da una vera vicinanza alla questione ed alle problematiche.

Anche in questo caso, infatti, ala questione è molto semplice. La frammentazione ideologica è connaturata allo stesso mondo americano e non può essere affrontata “semplicemente” cambiando il presidente o tramite la modificazione degli apparati normativi federali. Soprattutto, ancora, gli ambienti in cui nascono le tensioni sociali sono principalmente quelli delle periferie più degradate delle grandi metropoli, dove è molto difficile distinguere le tensioni razziali dalle più tradizionali faide tra bande criminali e lotta continua per sopravvivere alla povertà. E lo stesso riflesso che poi ciò genera – in parte come emulazione e in parte come risposta di protesta – non è che lo specchio dei malumori che si vivono nel mondo americano. E questo rimarrà eternamente trasversale, indipendentemente da una presidenza democratica o repubblicana.

Greta esulta, ma gli Usa non si tingeranno di verde

Avevano generato ilarità nell’opinione pubblica le parole dell’attivista svedese Greta Thunberg nei confronti di Trump dopo le accuse di brogli elettorali. Tuttavia, benché le promesse siano state effettivamente quelle di una graduale transizione green, anche il mondo democratico ha negli anni evidenziato tutti i suoi limiti relativamente alle questioni ambientali ed anche a questa tornata le cose potrebbero non essere così diverse.

In parte a causa della necessità di mantenere la propria egemonia commerciale nella sua sfera di influenza mondiale e in parte per il forte attaccamento dell’economia americano ai derivati del greggio, una transizione green al momento rimane ancora impensabile. E soprattutto, sarebbe incompatibile con le volontà di Biden di riportare gli usa ad essere i garanti della pace e della stabilità mondiale – volontà, queste, che necessitano di una fortissima spesa pubblica e di conseguenza divengono inconciliabili con un piano di conversione della propria filiera energetica.

In questo scenario, dunque, una volta eliminati gli slogan elettorali ed arrivati al sodo della questione, la sensazione è che sugli argomenti minoranze e tutela dell’ambiente repubblicani e democratici siano sulla stessa linea d’onda. Un discorso trasversale esteso a molte situazioni apparentemente divisorie; come quella, ad esempio, del possesso delle armi: sempre criticato ma raramente osteggiato da qualsiasi presidente democratico americano. In uno scenario che, ancora una volta, potrebbe spegnere molto velocemente quelle speranze di svolta che hanno guidato il voto del popolo americano (in modo speculare, ma contrario, a quanto accaduto ironicamente anche durante le presidenziali del 2016).

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