Quando il novantenne Robert Mugabe è stato finalmente destituito dal trono presidenziale dello Zimbabwe dai suoi militari dopo quasi quattro decenni al potere, il mondo e i sei milioni di zambesi in esilio hanno tirato un sospiro di sollievo. Inoltre, il nuovo presidente, Emmerson Mnangagwa, ha fatto le giuste promesse.

La corruzione sarebbe stata affrontata. Le fattorie sottratte ai proprietari sarebbero state restituite. L’economia sarebbe stata rivitalizzata, e una nuova valuta nazionale avrebbe sostituito il dollaro statunitense. Una nuova democrazia del cambiamento avrebbe portato posti di lavoro. Sono state organizzate nuove elezioni, e gli elettori hanno cautamente conferito a Mnangagwa un mandato, anche se molti hanno dubitato dell’integrità dei risultati.

Poco è rimasto di quelle promesse. La reazione pubblica contro il drastico aumento del prezzo della benzina, la tassa imposta su tutte le transazioni elettroniche e gli scarsi miglioramenti nell’economia hanno portato le persone nelle strade. Mnangagwa ha interrotto un lussuoso tour delle capitali straniere per indagare sui casi di brutalità da parte dei militari e della polizia e ha promesso di intervenire duramente contro i trasgressori. Ma intanto l’olio per cucinare costa 25 dollari, quando si riesce a trovarlo, sono stati riportati casi di colera nella capitale, e dottori e insegnanti sono entrati in sciopero perché non venivano più pagati.

Che cosa è accaduto? Che cosa ne è stato del mitico impero Monomotapa, leggenda degli esploratori portoghesi? Cosa ne è stato di Mwene we Mutapa, il principe del popolo che regnò dallo Symbãoe, un palazzo placcato in oro?

Questo impero esisteva davvero in passato, ed ha prosperato basandosi sul principio che la partecipazione al Gran Concilio era aperta a tutti quei leader che si sottomettevano volontariamente al re Matope . Gli avventurieri portoghesi si tenevano alla larga dai suoi eserciti forti e ben addestrati, che includevano, stando alle relazioni giunte in Europa, anche reggimenti composti da fanciulle nude. La malaria e altre malattie scoraggiavano i possibili invasori. L’abile gestione delle esportazioni di rame e oro, e più tardi di avorio, mantenevano alto l’umore dei commercianti arabi e portoghesi.

Questa proto-Unione europea del popolo Shona è caduta a causa di disaccordi interni, divisioni e della successiva invasione di Mzilikazi, un generale rinnegato del Re Shaka degli Zulu, che alla fine dell’Ottocento diede vita al Matabeleland, schiavizzò gli Shona e negoziò con i britannici. Questo si rivelò un errore fatale, poiché i britannici si schierarono con le tribù Shona assoggettate per eliminare Lobengula, figlio di Mzilikazi, e per creare la colonia della Rhodesia.

Quando divenne indipendente, lo Zimbabwe ereditò forti istituzioni governative, una vibrante industria mineraria, un settore agricolo che era il più produttivo della regione e il migliore sistema educativo dell’intera area. La produzione di mais e zucchero era tra le più ricche dell’Africa. Ma il clientelismo, la corruzione e una graduale ricaduta verso una versione moderna del Regno Monomotapa, portò a un lento e inesorabile collasso. La diffidenza verso le etnie “altre” ha portato al gurukahundi (letteralmente: “pulizia dei campi dalla paglia prima della pioggia”) quando la Quinta Brigata addestrata nordcoreana uccise migliaia di Matabele, e spezzò il loro potere politico. Ha anche guidato l’esproprio dei territori appartenenti ai coltivatori bianchi e ai coltivatori neri che non appartenevano all’élite al potere. Le miniere dovevano presentare una percentuale di azionisti “indigeni”. Infine gli investimenti non si sono mai concretizzati.

I successori di Mwene we Mutapa hanno dovuto dimostrare la propria combattendo per arrivare ai vertici: non c’è stata un’elezione o un’ereditarietà del titolo. La libera associazione in uso fra i leader che avevano dato vita al regno non si estendeva alla gente comune. Il presidente Mnangagwa è un prodotto dell’epoca di Mugabe: è stato ministro della sicurezza di Stato durante i massacri del gurukahundi, e tanti continuano a non fidarsi. Aveva un compito impossibile. Il modello politico, basato sul governo di circa 300 uomini che godono del favore del presidente, e circa 300mila civili che godono dell’appoggio dell’Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe, è incline alla settarietà e alla frammentazione.

La sfiducia popolare nei confronti del governo affonda le sue radici nell’inflazione galoppante che nel 2008 è arrivata a un tasso giornaliero del 98%, quando con una banconota del valore di cento trilioni di dollari, la più alta in circolazione, ci si comprava un caffè. Il risultato è che si preferisce usare la valuta forte per ogni tipo di spesa, ma il pagamento di pensioni, stipendi, vendite a consigli agricoli, avviene in “zollars” fortemente ribassati o con transazioni elettroniche.

Il governo ha bisogno di denaro per alimentare il sistema: i prezzi della benzina sono stati aumentati drasticamente, una pesante tassa è stata imposta su tutte le transazioni elettroniche. Tutto questo si è tradotto in un’aperta rivolta da parte degli zambesi, solitamente placidi e pacifici. I beneficiari del clientelismo non ricevono più i loro stipendi ormai e le società statali non vengono pagate.

Ci sono forti dubbi sul fatto che nello Zimbabwe possa avvenire un reale cambiamento. Nonostante questo la fertilità delle risorse agricole e la gestione economica della ricchezza minerarie rimarranno nelle mani delle persone al potere. Le istituzioni governative rimarranno al servizio del partito al potere. I gruppi di opposizione politica sono stati a tutti gli effetti neutralizzati. Durante i summit dell’Unione africana i funzionari hanno diffuso alcuni memoranda affermando che “le potenze occidentali” stavano cercando di innescare un cambiamento di regime nello Zimbabwe.

Ma la popolazione è ormai vicina a un punto di rottura. Un attivista, il pastore Evan Mawarire, si è avvolto nella bandiera zambese, ha chiesto a gran voce un cambiamento, ed è diventato il capo di un movimento spontaneo. Al momento è in attesa di un’udienza giudiziaria in seguito agli ultimi disordini. Le recenti proteste di massa, represse con la violenza, sono state le prime a raggiungere questi livelli nella storia dello Zimbabwe. Forse ora il presidente Mnangagwa presenterà ascolto alla voce del popolo.