Una nuova ondata di protesta sta per scuotere l’Iraq. Questa volta, tuttavia, non si tratta delle manifestazioni antigovernative che da mesi occupano le strade del Paese. Per oggi, venerdì 24 gennaio, Muqtada Al Sadr – leader del movimento sadrista – ha indetto a Baghdad la “Marcia di un milione“, che sarà sostenuta anche dalle milizie sciite legate all’Iran.

Le manifestazioni antigovernative

Il primo ottobre scorso, i giovani iracheni sono insorti contro il malgoverno e la corruzione dell’élite al potere, incapace – a detta dei manifestanti – di garantire alla popolazione i servizi di base e di combattere l’alto tasso di disoccupazione. Altro motivo di malcontento che ha guidato le proteste è stato l’ingerenza estera nel Paese, rappresentata dalla presenza di truppe straniere, in particolare soldati statunitensi e milizie sciite.

A nulla sono valse le dimissioni (30 novembre) del primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, che rimarrà alla guida dell’Iraq fino alla nomina di un successore. Il popolo iracheno ha continuato a manifestare chiedendo a gran voce l’allontanamento di tutto l’establishment politico, come preludio di un vero e proprio rovesciamento del sistema in vigore dal 2003.

La “Marcia di un milione”

Oggi, tuttavia, le cose sono diverse. La nuova marcia indetta da Al Sadr, infatti, si configura come una sorta di manifestazione parallela, indipendente da quella dei giovani iracheni. A essere chiamati in piazza, questa volta, sono i sostenitori delle milizie sciite, mobilitati con il duplice scopo di forzare gli Stati Uniti a ritirare le truppe dall’Iraq e di eclissare le proteste antigovernative che minacciano il loro potere nel Paese.

Le proteste antigovernative degli ultimi mesi, infatti, non si sono scagliate soltanto contro il malgoverno della classe al potere, ma anche contro l’influenza dell’Iran negli affari interni del Paese, rischiando di minare il ruolo delle milizie e dei leader politici sciiti.

Contro gli Stati Uniti

Al centro delle tensioni potrebbero trovarsi ancora una volta gli Stati Uniti. Focalizzandosi sul “nemico americano”, si teme, infatti, che i manifestanti assaltino l’ambasciata statunitense a Baghdad – rappresentanza del potere di Washington nel Paese – per la seconda volta nel giro di un mese.

Già il 31 dicembre scorso, infatti, in seguito ai raid americaniste avevano colpito tre basi delle Kataib Hezbollah – un gruppo paramilitare iracheno sciita sostenuto dall’Iran e addestrato da Hezbollah -, centinaia di manifestanti, fomentati dalle milizie sciite, si erano scagliati contro l’ambasciata Usa a Baghdad, in un gesto estremo di protesta contro l'”ingerenza americana” nel Paese.

A peggiorare la situazione, il recente incontro bilaterale tra il presidente iracheno, Barham Salih, a margine del Forum economico mondiale di Davos (22 gennaio). La decisione condivisa dai due capi di Stato di consolidare la partnership militare ed economica tra Baghdad e Washington, infatti, potrebbe amplificare la protesta contro la permanenza delle truppe statunitensi in Iraq.

In un video pubblicato dopo il meeting di Davos, il leader della Rete Khazali – un gruppo paramilitare sciita iracheno -, Qais Al Khazali, ha esortato il popolo iracheno a unirsi alla marcia e ha ammonito gli Stati Uniti sulle conseguenze che ci saranno qualora decidano di “continuare a ignorare la volontà politica e pubblica dell’Iraq di espellere le truppe americane”.

Stesso messaggio da parte di Nasser Al Shammari, vice segretario generale del movimento iracheno Harakat Hezbollah Al Nujaba: “Ci aspettiamo un’affluenza senza precedenti. Riaccenderà la fiamma della resistenza, che non si spegnerà fino a quando non li avremo espulsi tutti dall’Iraq”.

Una rara unione tra i gruppi sciiti presenti in Iraq, che si è già verificata una volta dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani per mano americana (3 gennaio) e che, in un momento così delicato per il Paese, potrebbe precipitare l’Iraq nel caos dello scontro tra Stati Uniti e Iran.

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