Le mani di Trump sul mercato mondiale del petrolio. E l’Europa sta a guardare

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Ma anche. Il posizionamento politico dell’Unione Europea rispetto alle grandi questioni internazionali può essere ben riassunto in quello che, alla nascita del Partito democratico, veniva citato come un tormentone veltroniano. Non ha fatto eccezione l’ultima spedizione americana, quella che ha portato al rapimento di Nicolas Maduro e alla trasformazione del Venezuela in un protettorato americano. Il comunicato Ue redatto dall’ineffabile Kaja Kallas (e firmato da 26 Paesi su 27, unica eccezione l’Ungheria che lo giudicava – incredibilmente – troppo severo) è stato un capolavoro di ma-anchismo: si chiede “calma e moderazione a tutti i protagonisti” (dopo mesi di blocco navale e bombardamenti), si stabilisce che Maduro “mancava della legittimità di un presidente democraticamente eletto” ma che occorre “una pacifica transizione alla democrazia”, si ribadisce che “è una priorità combattere il traffico internazionale di droga” ma che bisogna farlo “nel pieno rispetto dei principi dell’integrità territoriale e della sovranità”. Una barzelletta.

D’altra parte era difficile aspettarsi di meglio, visto che i Paesi dell’Unione Europea sono arrivati, anche questa volta, divisi alla meta. Tra Giorgia Meloni che fa l’endorsement al diritto degli Usa a difendersi (a quanto pare tutti hanno il diritto di difendersi tranne quelli che si prendono le bombe in testa) e Pedro Sanchéz che senza mezzi termini dice che “si tratta di un’azione chiaramente illegale, fatta per appropriarsi delle risorse naturali”, corre un oceano politico. Per non parlare di quelli che tacciono perché acconsentono, dalla Polonia ai Baltici ai Paesi del Nord Europa, ai quali il ma-anchismo Ue calza a pennello: si porta su tutto, non passa mai di moda e soprattutto non fa un baffo al loro vero punto di riferimento: la Casa Bianca.. Non a caso il premier spagnolo Sanchez, nel suo discorso, ha ricordato “altri casi di spedizioni simili”, pensando evidentemente all’invasione dell’Iraq del 2003: anche allora erano tutti d’accordo, escluse Francia e Germania che furono a lungo considerate Paesi traditori della solidarietà atlantica.

Essendo ancora ostinatamente, forse disperatamente attaccati all’ideale europeista, nutriamo la speranza che in qualche capitale, o in qualche ufficio di Bruxelles, si capisca che cosa sta davvero succedendo. Perché il punto non è Maduro o uno qualsiasi degli autocrati che gli Usa e noi coccoliamo quando ci servono e attacchiamo quando non ci servono più. Quello che sta davvero succedendo lo ha spiegato bene Donald Trump annunciando in modo trionfale (come abbiamo già raccontato) che d’ora in poi il petrolio del Venezuela fluirà prima di tutto verso gli Usa. Per adesso poco, ma domani chissà…

In altre parole e in estrema sintesi: il famoso “America first” per Trump non è un’aspirazione ma una necessità. La deindustrializzazione del Paese, la concorrenza (ora anche tecnologia) della Cina, il debito pubblico mostruoso e il contemporaneo (ancora lieve ma progressivo) allentamento del potere del dollaro (oggi rappresenta il 56% delle riserve valutarie ufficiali e il 41% dei pagamenti SWIFT; nel 2000 era il 70% e il 50% rispettivamente) gli impongono di prendere provvedimenti. Il più immediato è mettere le mani su una risorsa, il petrolio, che per molto tempo ancora dovrà alimentare il sistema produttivo internazionale. E il mezzo più semplice, per gli Usa, è mettere in moto la macchina militare, che nel budget 2025-2026 riceverà la strabiliante dotazione di mille miliardi di dollari.

Restano fuori (per ora) Russia e Iran

In modo diretto o indiretto (come, appunto, nel caso del Venezuela, che dispone delle maggiori riserve petrolifere mondiali), gli Stati Uniti ora controllano grandissima parte del combustibile fossile del pianeta. Di fatto, gli unici grandi bacini petroliferi rimasti “autonomi” sono l’Iran (per cui si discute apertamente di un’operazione di regime change) e la Russia, che ha un gran bisogno di vendere petrolio. Se guardiamo bene a quel che succede, non possiamo non capire che il blocco navale al Venezuela (fino all’inseguimento dai Caraibi al Nord Atlantico, con abbordaggio finale, della petroliera russa “Marinera”) e la campagna di bombardamenti sulle infrastrutture petrolifere russe, palesemente coordinata dall’intelligence Usa al punto da essere denunciata dallo stesso New York Times, fanno parte di un’unica strategia. Che ha poco o nulla a che vedere con la difesa dell’Ucraina ma moltissimo con gli interessi economici degli Stati Uniti.

Il colpo del Venezuela è diretto contro Russia e Cina, e questo è chiaro. Segnerà probabilmente la fine di Cuba, strangolata dalla mancanza di energia. Ma quel che più conta è che piazzerà gli Usa in posizione ancor più dominante sul mercato globale del petrolio. Mettendo in difficoltà l’Opec, che tra l’altro si vedrà arrivare, via Venezuela, gli Usa in casa. Tagliando il fiato ai BRICS, che con l’idea della dedollarizzazione stavano diventanto un’ossessione per Trump. Ma potenzialmente devastando anche l’Europa, che ha rinunciato alle forniture russe e che ora si trova a dipendere dagli umori di Trump. Non solo Trump ora ha in mano il rubinetto del petrolio ma può dire una parola decisiva sul suo prezzo. Per fare un esempio: un calo del prezzo del greggio potrebbe obbligare la Ue ad archiviare per sempre ogni progetto di Green Deal, già azzoppato dall’accordo sui dazi, diventando le energie alternative molto meno convenienti dei combustibili fossili.

Qualcuno si sta accorgendo dei rischi che possiamo correre. Peccato siano gli stessi che dal 2022, invece di incitare l’Europa a lavorare per la pace in Ucraina, anche per poter tenere almeno socchiusa la porta energetica da Est, hanno propagandato lo “spezzeremo le reni alla Russia”, “vinceremo sul campo”, consegnando così l’Europa al patto esclusivo con gli Usa e quindi ai voleri di Donald Trump. Tanta retorica, durata anni e ispirata dagli Usa, sul “ricatto russo” per l’energia. Adesso tutti a frignare per la Groenlandia. Possibile che nessuno veda la logica dietro questa (apparente) follia?

Le sorti dell’Europa di fronte all’offensiva imperiale degli Usa di Donald Trump sarà uno dei temi cruciali dei prossimi anni. InsideOver lo segue e lo seguirà con accanimento perché lo considera decisivo per il futuro di tutti. Aiutaci con la tua partecipazione, diventa uno di noi, abbonati ora!