Le mani della Cina sulla Fao: nuovo scontro con gli Stati Uniti

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Ormai Stati Uniti e Cina si scontrano su tutto, tanto che non esiste più alcun settore al riparo dal braccio di ferro tra Washington e Pechino. La guerra commerciale era soltanto l’incubatrice di tanti altri scontri, i dazi americani erano un modo per far capire al Dragone che la sua ascesa al vertice del potere globale iniziava a restare indigesta alla Casa Bianca. Dal commercio, la battaglia si è spostata sul campo tecnologico, dove il caso Huawei ha scatenato un nuovo capitolo della Trade Wars; dallo sviluppo della rete 5G siamo passati a una guerra per le risorse strategiche, terre rare e metalli. Ora il conflitto più recente di una Guerra Fredda post ideologica si trasferisce all’interno delle istituzioni e organizzazioni internazionali.

Elezioni velenose

Oggetto di contesa sino-americano è l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), o meglio la scelta del nuovo direttore generale. In lista ci sono tre candidati e, a seconda del profilo che verrà scelto, l’Italia potrebbe tra l’altro fare uno sgarbo agli Stati Uniti. Già, perché come riporta La Stampa, uno di questi è il cinese Qu Dongyu, che si contende il posto insieme al georgiano Davit Kirvalidze e alla francese Catherine Geslain-Lanéelle. Due profili, il camerunense Médi Mongui e l’indiano Ramesh Chand, si sono ritirati, quindi la scelta ricadrà per forza di cosa sui tre nomi citati. Il primo voto è previsto per il 23 giugno.

Italia: un altro smacco agli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti sono stati chiari: appoggeranno Kirvalidze perché secondo la Casa Bianca Dongyu sarebbe una personalità nelle mani di Pechino, che lo utilizzerebbe per rafforzare la propria politica estera, fare pressioni sui partner del progetto della Nuova Via della Seta e chiedere risorse naturali ad altri governi. Impensabile che per Washington possa esserci un cinese nella carica più alta della Fao, mentre per altri Stati la scelta non sarebbe così tragica. L’Italia, che ospita la sede dell’organizzazione, non ha ancora scelto chi appoggiare anche se esiste l’ipotesi che Roma possa appoggiare Dongyu. Si tratterebbe dell’ennesimo “smacco” agli alleati americani, solo pochi mesi dopo la firma del memorandum d’intesa con la Cina per la Belt and Road Initiative.

Terremoto diplomatico

Nel caso in cui l’Italia dovesse puntare su Dongyu si scatenerebbe un vero e proprio terremoto diplomatico. La scelta di Roma verrebbe interpretata dagli Stati Uniti come una concessione fatta a Pechino in seguito all’adesione del governo italiano alla Nuova Via della Seta, per altro già criticato dagli americani. Ma se il candidato cinese dovesse sbaragliare la concorrenza, con o senza l’appoggio dell’Italia, un terremoto avverrebbe comunque. Gli Stati Uniti potrebbero ridurre i finanziamenti alla Fao, e questo imbarazzerebbe anche il nostro governo. Allo stesso tempo la Cina metterebbe idealmente le mani su un’organizzazione fondamentale per consentire lo sviluppo di molti Paesi arretrati o con carenza di cibo, molti dei quali alleati di Pechino e situati in Asia. Il rischio, sostengono dalla Casa Bianca, è che il Dragone possa manovrare la Fao a seconda dei suoi interessi, ad esempio per rimpolpare i rifornimenti alla Corea del Nord piuttosto che al Myanmar, due realtà osteggiate in Occidente per il loro sistema politico.

Le sicurezze della Cina

Secondo alcune fonti, Pechino avrebbe addirittura chiesto ai sostenitori di Dongyu di fotografare con i cellulari la loro preferenza sulle schede per dimostrare al governo cinese di aver appoggiato il candidato giusto. Il gigante asiatico ha ricevuto l’appoggio del direttore generale uscente della Fao, da Silva, ed è fiduciosa ritiene che il candidato cinese possa vincere al primo turno. I tanti investimenti fatti in Paesi in via di Sviluppo potrebbero finalmente rivelarsi producenti.