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La politica estera e di difesa dell’Unione Europea saranno commissariate dalla Nato nel Von der Leyen bis. Non si può definire in altro modo il fatto che la commissione nascitura ha visto Ursula von der Leyen affidare portafogli strategici a fautori di peso dell’atlantismo più ortodosso, scegliendo due ex capi di Governo dei Paesi baltici per cariche di alto rango.

Alla vicepresidenza della Commissione è stata elevata “Lady Pesc”, Kaja Kallas, scelta a luglio dal Consiglio Europeo per guidare la Politica Estera e di Sicurezza Comune, che ha lasciato la guida del governo dell’Estonia. Kallas coordinerà, tra gli altri, il Commissariato per la Difesa e lo Spazio appena istituito. Il quale sarà appannaggio di Andrius Kubilius, ex premier della Lituania. Due ruoli di peso per altrettanti leader baltici, che si aggiungono a Valdis Dombrovskis, ex premier della Lettonia da dieci anni custode della politica economica e finanziaria della Commissione, nel definire un’influenza crescente di Tallin, Riga e Vilnius sugli affari europei. Un’influenza che non si può non definire strettamente legata a quella del mondo atlantico sul sistema europeo. Scriveva giustamente su queste colonne Paolo Mauri che negli ultimi tempi è emersa una crescente attenzione, mista a timore, in diversi osservatori americani sulla prospettiva di una politica estera e di difesa comune dell’Europa. Prospettiva sgradita a Washington, di cui si è fatto interprete il segretario generale uscente della Nato Jens Stoltenberg, invitando a evitare di creare “doppioni” della Nato.

I leader baltici divenuti commissari agiranno proprio per garantire che così non sarà. I Paesi dell’Est Europa sono comunitari in quanto atlantici: il loro europeismo è la continuazione della loro rigorosa appartenenza alla Nato con altri mezzi, serve a garantire un presidio di uniformità su cui questi Stati vivono la loro crescita d’influenza. In primo luogo, garantendo un importante presidio antirusso in Europa; in secondo luogo, agendo da Stati apertamente favorevoli a politiche finanziarie restrittive e rigorose, a evitare sprechi di risorse in aree ritenute non vitali, e per Estonia, Lettonia e Lituania la Difesa non è un settore in cui l’Europa debba pensare di fare da sé. In terzo luogo, garantendo un aperto e continuo confronto con Washington sui dossier critici.

Non c’è dubbio che la capitale verso cui, con maggior forza, i neo-commissari chiamati a gestire dossier strategici si impegneranno per costruire una deterrenza e una narrazione pronta a sostenerla sia Mosca. Kallas, ha scritto Responsible Statecraft, da premier dell’Estonia ha mostrato uno zelo antirusso notevole. La neo-Lady Pesc “ha affermato che lo smembramento della Russia in molti Stati nazionali più piccoli non sarebbe una cosa negativa” e, inoltre, “ha sostenuto con entusiasmo la community online NAFO (la cosiddetta North Atlantic Fellas Association), che è tristemente nota per organizzare campagne di molestie xenofobe online contro chiunque, inclusi ex e forse futuri alti funzionari della difesa americani , sia percepito come morbido con la Russia”. Non è da escludere che il compattamento europeo sulla nomina dell’ex premier olandese Mark Rutte alla guida della Nato sia stato determinato proprio dalla prospettiva che poteva essere Kallas, invece, a prendere il posto di Stoltenberg.

Le parole di Kallas fanno il pari con la visione di Kubilius, che in passato è arrivato a paventare un regime change al Cremlino come auspicabile. La sua visione per la sicurezza vede un’Europa complementare, non parallela, alla Nato. La Bruxelles comunitaria deve seguire la Bruxelles atlantica nella sua visione, con buona pace di chi come Emmanuel Macron parla di una più compiuta “autonomia strategica”. A completare il terzetto, la presenza nella Commissione del sempreverde Dombrovskis, da tempo custode del dogma del rigore e dell’austerità su cui troppo spesso, in nome della tecnocrazia, si sono arenati i progetti di un’Europa più ambiziosa. E dalla cui carica di Commissario all’Economia passeranno molte delle decisioni che possono portare al rilancio del debito comune volto a rilanciare progettualità comuni europee in settori strategici, dalle infrastrutture all’energia passando, ovviamente, per la Difesa.

Certo, la percezione di sicurezza che la presenza della Nato nei loro confini dà a Estonia, Lettonia e Lituania è storicamente comprensibile guardando al trauma dell’indipendenza perduta nel 1939-1940 con l’annessione all’Unione Sovietica e il timore dell’espansionismo russo. Ma bisogna riflettere se sia saggio fare di questo pur non infondato sentimento il motore e il combustibile dell’agenda strategica europea e delle sue linee di sviluppo in una fase critica. L’ascesa di Dombrovskis ieri, quella di Kallas e Kubilius oggi sembra quasi rassicurare coloro a cui preme che per l’Europa i riferimenti restino quelli oggi vigenti. E che anche l’Ue si pensi, prospetticamente, più atlantica che comunitaria.

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