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Il mondo post-pandemico √® destinato ad essere pi√Ļ competitivo che mai: il Sars-Cov-2 √® stato un “virus acceleratore“, moltiplicando la velocit√† di processi gi√† in corso in ambito geopolitico, economico, strategico. Per alcuni mesi la globalizzazione “materiale”¬†(flussi di merci, spostamenti di persone, catene del valore) si √® bloccata, ma al contempo sono accelerate la sua componente immateriale e l’accumulazione di fattori di contrasto tra le potenze.

Il mondo inquieto

In questo scenario, l’Italia si √® ritrovata da un lato a essere campo di battaglia (per aiuti economici e sanitari e influenza di soft power) e dall’altro a dover scegliere, in tempi brevi, le nuove direttrici su cui orientare l’interesse nazionale. In Europa il duopolio franco-tedesco ha ripreso, non senza legittimit√†, vigore e centralit√†, con¬†Emmanuel Macron e Angela Merkel che, calibrando l’energia delle riforme interne e un nuovo modus vivendi¬†sulla scena comunitaria, hanno dettato i tempi al Vecchio continente. La Cina, al contempo, tenta di rilanciarsi dopo la pandemia, mobilita le sue risorse migliori per i programmi di investimento infrastrutturale e sviluppo tecnologico, vuole rendere fisso il capitale mobile messo in campo per rispondere alla crisi su scala globale. Fumo negli occhi per gli Stati Uniti,¬†che all’alba di un nuovo bipolarismo con Pechino richiamano gli alleati alla necessit√† della¬†scelta di campo¬†e al contrasto alla Cina in campo militare, economico e tecnologico. Alle nuove linee rosse si conforma completamente il Regno Unito¬†sul tema del 5G di Huawei e si adattano plasticamente la Francia e la stessa Italia, con la Germania pi√Ļ defilata.

Difficilmente il prossimo futuro consentir√† ambiguit√† o taciti tentativi di acquisire rendite di posizione. Nell’ultimo decennio l’Italia ha pi√Ļ volte dimenticato i predicati della geopolitica e dell’interesse nazionale sul fronte europeo, laddove l’ideologia del rigore ha funto da implicito vincolo a qualsiasi pretesa di dialogare a pari livello con Francia e Germania, e giocato con sufficienza anche la sua relazione con la coppia Usa-Cina. Firmando con la seconda un¬†memorandum scenografico¬†sulla Nuova via della seta non depositario di vantaggi concreti che ha mandato su tutte le furie i primi, ma non tenendo al contempo con Washington una linea coerente che non sfociasse nella pura subalternit√† (come fatto dal governo Renzi con il¬†gasdotto South Stream) o nella pericolosa ambiguit√† (come sul memorandum o sul Venezuela). A mancare √® stato, perlomeno dalla caduta del governo Berlusconi IV, il¬†pensiero strategico di lungo periodo. E questo √® inaccettabile in una fase come quella presente.

Due figure vanno riscoperte per comprendere la profondit√† delle sfide da affrontare ma anche l’originalit√† di cui l’Italia √® stata in passato capace in politica estera:¬†Camillo Benso di Cavour ed Enrico Mattei. Un grande statista e un visionario manager pubblico, vissuti in due secoli diversi, ma capaci di insegnare tutt’oggi molto.

La lezione di Cavour

Perch√©, in primo luogo, Cavour? Lo ha spiegato bene Carlo Pelanda¬†in un articolo su¬†La Verit√†. Cavour, padre dell’Italia unita, era uomo cui non erano estranee le logiche della¬†politica di potenza¬†anche nella sua forma pi√Ļ spregiudicata e la capacit√† di programmazione strategica. Secondo Pelanda l’Italia si ritrova ad essere geopoliticamente subalterna e dovrebbe riscoprire la capacit√† di proiezione militare¬†e rafforzare “la strategia ‘cavouriana’ di proiettare anche lontano la forza militare per scambiare con l’alleato giusto un sostegno per interessi nazionali vicini, appare quella potenzialmente pi√Ļ efficace per ridurre il vassallaggio e le conseguenze”. Non concordiamo appieno con Pelanda nell’indicare l’asse franco-tedesco l’entit√† primaria a cui l’Italia sarebbe subalterna e nella necessit√† di indossare l’elmetto in ambito Nato contro l’arrembante espansione della Cina (definita “dragone nazista” dall’affermato accademico): la subalternit√† si conferma attributo trasversale¬†nell’approccio del Paese alle relazioni internazionali nell’ultimo decennio.

Riscoprire la dimensione dell’importanza dello strumento militare, in questo contesto, rimane comunque il viatico ideale per rieducare l’Italia alla necessit√† di¬†sporcarsi le mani¬†con le grandi questioni del presente, a patto di saper trarre da esse opportuni¬†dividendi strategici. Casi come il contrasto con la Turchia per le rotte dell’energia nel Mediterraneo e gli scenari libici o la difficolt√† del sistema-Paese a reggere l’assalto finanziario e industriale dei colossi francesi ai nostri¬†campioni nazionali¬†invitano l’Italia a una sana lezione di realismo e a riscoprire le categorie del conflitto. E questo molto spesso vale in primo luogo per rendere pi√Ļ equilibrate le relazioni con quelli che sulla carta sono i nostri alleati.

La via mediterranea di Enrico Mattei

Alla lettura “cavouriana” che Pelanda suggerisce della politica italiana vogliamo aggiungere una chiave di lettura ispirata all’originale elaborazione e visione di Enrico Mattei,¬†capace di trasformare l’Agip in via di liquidazione del secondo dopoguerra nell’Eni mondiale da lui lasciata in eredit√†¬†all’Italia e di tracciare un sentiero in cui la politica estera nazionale ha saputo pi√Ļ volte infilarsi.

Mediando tra l’ecumenismo visionario del coevo ed amico¬†Giorgio La Pira¬†(capace di trasformare la Firenze da lui amministrata in un centro di irradiazione della diplomazia internazionale) e l’ortodossia atlantica di buona parte della¬†Democrazia Cristiana Mattei e diverse figure politiche con cui la sua opera si intrecci√≤, da Amintore Fanfani ad Aldo Moro, costituirono una linea strategica profondamente realista che non faceva mistero dei vincoli¬†entro cui si muoveva l’Italia nel contesto della Guerra Fredda n√© negava l’appartenenza di campo, ma interpretava in maniera estesa e a tutto campo gli spazi di manovra concessi dal contesto a loro contemporaneo.

Come scrive giustamente¬†Alessandro Aresu¬†in un recente saggio su Mattei, “l‚Äôiniziativa di Mattei √® decisiva per l‚Äôorientamento internazionale dell‚ÄôItalia, anzitutto nella lettura che pi√Ļ conta, quella degli attori esterni. La nascita del neoatlantismo al finire degli anni ‚Äô50, vede Mattei al centro dell‚Äôazione di marca democristiana per raggiungere un ruolo nel Mediterraneo non subordinato agli Stati Uniti”. La non subordinazione √® frutto dell’individuazione di un bacino geografico di riferimento, il Mediterraneo cruciale per i nostri interessi, e di un preciso ambito strategico in cui operare un’azione originale. La¬†politica energetica¬†dell’Eni apr√¨ all’Italia una vasta rosa di opzioni diplomatiche, commerciali e politiche che favorirono il posizionamento di Roma nel Mediterraneo della Guerra Fredda.

A quasi sessant’anni dalla morte di Mattei, questa lezione √® attuale e risulta a maggior ragione vitale se consideriamo che il contesto globale presenta uno scenario neo-bipolare in via di definizione a cui si aggiungono un’Europa sempre pi√Ļ periferica e centrata sull’asse carolingio Parigi-Berlino, attori terzi come la¬†Gran Bretagna¬†pian piano chiamati a una scelta di campo e il Mediterraneo divenire specchio delle tensioni globali in quanto via d’acqua sempre pi√Ļ rilevante sul fronte economico e militare. Paesi come¬†Russia, Turchia, Israele e Iran,¬†oltre alle due superpotenze, partecipano attivamente al gioco mediterraneo, e anche l’Italia non pu√≤ essere da meno. Serve individuare uno spazio d’elezione in cui concentrare l’azione nel mondo post-pandemico, e mai pi√Ļ che adesso per l’Italia¬†la geografia √® destino. Dalla crisi in Libia alla questione dei migranti, dalle nuove rotte commerciali alle partite per il gas e per il petrolio, una fetta delle nostre priorit√† √® oltre le nostre coste: e se la lezione di Mattei ci aiuta a comprendere una realt√† troppo spesso negata, quella di Cavour invita a mettere in campo sforzi politici volti a proteggere il benessere e la sicurezza della nazione.

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