Israele sta festeggiando l’anniversario della sua indipendenza. E non si tratta, quest’anno, di una ricorrenza ordinaria. Lo Stato ebraico infatti celebra i 75 anni dalla sua nascita. Cifra importante, considerando le tante vicissitudini che lo hanno attraversato dal 1948 in poi. Ma non è soltanto questo l’elemento che rende la festa dell’indipendenza importante. Israele celebra la sua esistenza infatti in un clima molto pesante. Dove oltre a dover guardare alle situazioni esterne, per la prima volta deve osservare da vicino anche quanto sta accadendo al suo interno. La scia delle proteste contro la riforma della giustizia di Netanyahu non è infatti definitivamente alle spalle. Né tanto meno è stata assorbita dalle recenti tensioni a Gerusalemme Est. Israele, a questa ricorrenza, si presenta tutt’altro che unito e in un contesto politico alquanto complicato.
La festa di Yom HaAtzmaut
La festa nazionale per eccellenza del Paese è chiamata Yom HaAtzmaut. In ebraico, vuol dire letteralmente “Giorno dell’Indipendenza”. Quest’anno cade a cavallo tra il 25 e il 26 aprile. La data non è fissa in quanto segnata seguendo il calendario ebraico e coincide con il quinto giorno del mese di Iyar. Nel 1948, il quinto giorno di Iyar corrispondeva al 14 maggio del calendario gregoriano. In quella data David Ben Gurion, primo capo del governo israeliano, ha letto la dichiarazione di indipendenza. Ha così avviato la storia dell’odierno Stato di Israele.
I confini corrispondevano a quelli del piano delle Nazioni Unite del 1947, con il quale il territorio del mandato britannico di Palestina era stato diviso in due parti: il 52% era andato allo Stato ebraico, il 48% invece era stato assegnato al futuro Stato arabo palestinese. La lettura della dichiarazione di indipendenza da parte di Ben Gurion, si è avuta alle 16:00 in punto all’interno dell’ex museo ebraico di Tel Aviv. Oggi questo luogo è diventato l’Indipendence Hall, in ricordo del 14 maggio 1948. Poche ore dopo il proclama del premier israeliano, il Paese era già in guerra. Egitto, Siria, Transgiordania e Iraq non hanno riconosciuto l’indipendenza. Per il mondo arabo, quel giorno ancora oggi è spesso ricordato come una sciagura.
Il conflitto ingaggiato dai Paesi arabi si è però risolto con una vittoria militare di Israele. E con in confini ancora una volta stravolti: lo Stato ebraico è riuscito ad avanzare fino a Gerusalemme Ovest e ha guadagnato il 50% di territorio rispetto al Piano Onu del 1947. Per la verità, com’è noto, quel conflitto non è mai stato del tutto risolto. Ed è ancora oggi uno dei principali focolai di tensione in medio oriente.
Tra tensioni esterne ed interne
Le dinamiche di quanto accaduto il 14 maggio 1948 si riflettono ancora oggi sul Paese. Israele di fatto non ha mai trascorso un giorno in pace. La tematica principale della classe dirigente ha quindi sempre riguardato la sopravvivenza. E si potrebbe pensare che adesso, festeggiando i 75 anni di esistenza, l’intera opinione pubblica sia pronta a celebrare un anniversario “rotondo” e dal sapore pesante. Ma, al contrario, in Israele da mesi vige un clima ben lontano da ogni atmosfera di festa. A ricordarlo è stato anche l’attentato avvenuto lunedì pomeriggio a Gerusalemme. Nell’immediata vigilia del giorno dell’indipendenza, un’auto ha speronato cinque civili mentre si trovavano nell’area del mercato di Mahane Yehuda. Si tratta dell’ultimo di una lunga serie di attentati.
Attacchi contro i civili arrivati in un contesto di rinnovate tensioni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Pochi giorni fa un’irruzione all’interno della moschea di Al Aqsa, una delle più sacre per i musulmani, ha generato poi la reazione palestinese con lanci di razzi dalla striscia di Gaza e dal sud del Libano. Adesso si teme per una nuova spirale di violenza in tutta la regione.
Tuttavia a gettare ulteriore tensione sulla festa per l’indipendenza è anche il fronte interno. Un fronte inedito, o quasi. Vero che la politica israeliana è storicamente litigiosa e instabile. Lo dimostra il continuo richiamo al voto anticipato degli ultimi anni. Ma è altrettanto vero che mai il Paese si è mostrato così spaccato sotto il profilo politico. Da una parte il premier Netanyahu, il quale vuole far passare a tutti i costi una controversa riforma della giustizia. Sono dalla sua parte il leader di Potere Ebraico, Itamar Ben Gvir, e altri leader della destra religiosa e nazionalista. Dall’altra non solo i partiti dell’opposizione, ma una vasta platea formata da associazioni, sindacati, comitati. Tutti in piazza tra marzo e aprile contro la riforma. Le proteste hanno paralizzato il Paese, tanto che Netanyahu ha dovuto rimandare il via libera definitivo alla nuova norma.
Il futuro dello Stato d’Israele
Ad aprile per la prima volta Israele si è fermato non per motivi di sicurezza, ma per degli scioperi interni. Quando la protesta contro la riforma della giustizia è arrivata al suo culmine, per intere ore non hanno funzionato aeroporti, ospedali, uffici e scuole. E ancora non è finita: Netanyahu ha promesso dialogo in vista della seconda presentazione della sua riforma in parlamento, ma per molti si è trattato solo di un escamotage per fare calmare le acque. In tanti non si fidano e sono pronti a tornare in piazza nelle prossime settimane.
Israele si divide sul valore da dare alle proteste. Alcuni opinionisti hanno parlato di indebolimento del Paese e quindi possibile incapacità di fronteggiare il terrorismo e le sfide che arrivano dall’esterno. Sfide non comprendenti solo la questione palestinese, ma anche il programma nucleare iraniano e l’isolamento in cui è caduto il governo dello Stato ebraico. Specialmente dopo l’accordo tra Iran e Arabia Saudita mediato dalla Cina, in grado di togliere Teheran dall’isolamento nella regione e di ridimensionare la portata degli Accordi di Abramo del 2020, sottoscritti tra Israele e alcune petromonarchie.
Per altri invece, le proteste sono da vedere in chiave positiva. Il Paese infatti, secondo questa prospettiva, sta iniziando a non pensare solo alla guerra e alla sicurezza, ma anche al proprio futuro politico. Esattamente come avviene in qualsiasi altro Paese considerato democratico. Di certo, l’anniversario è arrivato in una fase molto delicata. E solo nelle ore delle celebrazioni forse potrà esserci un comune senso di soddisfazione per il traguardo dei 75 anni raggiunto dallo Stato. Subito dopo, le ferite e le inquietudini che scuotono la società, porteranno inevitabilmente a pensare alle tante incognite future.