Il Comitato Internazionale Olimpico ha ufficialmente annunciato l’esclusione della Russia dalle prossime Olimpiadi invernali.

La Russia non potrà partecipare alle Olimpiadi invernali 2018

La decisione è stata presa lo scorso martedì e avrà effetto immediato senza possibilità di appello. Per la manifestazione sportiva che prenderà avvio il prossimo 9 febbraio 2018 nella città sudcoreana di PyeongChang, è stato posto il divieto di partecipazione alla nazione russa. Interdizione dunque a portare propri atleti in qualsiasi disciplina per gareggiare sotto la bandiera della Russia. La decisione è stata in un certo senso ammorbidita con il permesso dato ad alcuni atleti russi di partecipare alla competizione senza però rappresentare la propria madrepatria.

Su questi atleti “apolidi” saranno poste delle condizioni di sorveglianza speciali condotte su completa discrezione del Chair of the Independent Testing Authority, un pannello di esperti creato ad hoc per l’occasione. Si tratta di un evento che, come riporta lo stesso New York Times, “non ha precedenti nella storia dei Giochi Olimpici”. Fa strano pensare che né il regime militare di Videla in Argentina (sotto cui il Paese vinse un discutibilissimo Mondiale), né la Cina dell’onnipotente Partito Comunista e nemmeno la stessa Unione Sovietica (che fece incetta di medaglie nelle olimpiadi dal 1961 al 1988) siano mai incorse in una simile sanzione. La Russia di Vladimir Putin potrebbe dunque aver fatto peggio di tutti gli esempi sopracitati. Potrebbe. Andiamo però a vedere con ordine le vicende legate allo scandalo del doping russo.

Il rapporto McLaren che sembra condannare la Russia

La WADA, World Anti-Doping Agency, si è attivata negli ultimi anni per un sospetto uso di doping da parte di atleti russi. La WADA ha così affidato a Richard McLaren l’indagine relativa al caso. Richard Mc Laren, Professore canadese specializzato in giurisprudenza sportiva, ha pubblicato un rapporto diviso in due parti. La prima uscita nel luglio 2016, la seconda nel dicembre dello stesso anno. La conclusione di questo rapporto ha creato scandalo. Emergeva infatti come più di mille atleti russi facessero uso di sostanze dopanti, con casi che addirittura risultavano essere risalenti a Vancouver 2010. Inoltre, ed è questa l’accusa più grave, tutto questo sistema sarebbe stato reso possibile grazie alla collaborazione del Ministero dello Sport russo.

Le contraddizioni all’interno del rapporto

E qui cominciano ad esserci le prime contraddizioni. Nell’annuncio fatto e riportato dai media si parlava di 1000 atleti coinvolti. Nelle dichiarazioni specifiche del report si leggeva invece come fossero in realtà solo 500 i casi di esiti dell’anti-doping probabilmente manipolati. Da 1000 a 500 vi è già una differenza notevole. Il report introduce poi al capitolo 2 una misteriosa descrizione delle “testimonianze” usate per l’indagine. “Ci sono state altre testimonianze giunte su base confidenziale. Sono state importanti per il lavoro investigativo perché hanno provveduto ad una credibile corroborazione dell’evidenza”. Si tratta in sostanza di testimonianze anonime, sulla cui autorevolezza non ci si può esprimere. Poche righe più avanti si può poi leggere come “l’indagine non abbia cercato testimoni residenti all’interno della Federazione russa”.

Una scelta un po’ strana, considerato che l’accusa, emersa dalla stessa indagine, coinvolge personalità ministeriali del Cremlino. Come può dunque acquisire legittimità assoluta un’indagine che si basa su fonti anonime, non verificabili, e per giunta residenti fuori dai confini russi? Un bel dilemma.

La WADA aveva scagionato 95 atleti russi, dove sono finiti?

Ma non finisce qui. Lo scorso settembre 2017 il New York Times pubblicava un rapporto arrivato direttamente dalla WADA. Nello stesso venivano scagionati 95 dei 96 atleti russi presi a campione per l’indagine. “Le prove disponibili sono insufficienti”, aveva detto Olivier Niggli, direttore generale dell’agenzia. Si era arrivati dunque ad una situazione di “nulla di fatto”. Poi l’improvvisa decisione del Comitato Olimpico. Tra settembre e dicembre non ci sono state ulteriori indagini o sviluppi rilevanti. Tant’è che nella stessa nota ufficiale pubblicata dalla WADA si legge come la scelta di esclusione della Russia si basa esclusivamente sul rapporto McLaren. Non essendoci dunque stati sviluppi d’indagine, non si può che ascrivere la decisione del Comitato Olimpico in un’ottica di “prevenzione ad eventuale crimine”.

Una riproposizione in chiave sportiva del concetto di guerra preventiva. “Saddam potrebbe avere armi di distruzione di massa, allora facciamogli la guerra” è molto simile a “la Russia potrebbe usare il doping per i propri atleti, allora escludiamoli dalle competizioni”. Un’interpretazione del diritto che esce dai confini di un sistema “liberale” per sconfinare in un sistema giuridico autoritario, ove il solo sospetto diventa condizione sufficiente per  la certezza del reato.

La decisione è esclusivamente politica

Alcuni osservatori occidentali si sono infatti accorti della stranezza della decisione del Comitato Olimpico. Ellis Cashmore, Professore di Sociologia alla Aston University, ha così commentato: “Questa è stata una controversia che è sfociato in giudizio politico. È impossibile separare questa decisione da ciò che sta succedendo nel resto del mondo e riguarda le fake news, il presunto intervento della Russia nel Brexit e anche nelle elezioni presidenziali americane”. Tesi confermata ache da un ex diplomatico americano, Jim Jatras, che ha detto: “La decisione è chiaramente politica”.

Politica e sport vanno a braccetto e possono avere finali diversi rispetto a quello di oggi. 1986, Stoccarda, l’atleta Heidi Krieger della Repubblica Democratica Tedesca vince l’oro agli Europei. Oggi Heidi Krieger per colpa del trattamento massiccio di steroidi cui fu sottoposta è diventata un uomo (Andreas Krieger). Probabilmente tutti erano a conoscenza del piano quinquennale di doping allestito dall’Unione Sovietica, tuttavia la vicinanza tra Gorbacev e Reagan in vista dell’abbattimento del regime comunista, fece chiudere un occhio all’allora comitato olimpico. Sport e politica, oggi come ieri due pesi e due misure. 

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