Nella giornata del 27 aprile il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe si è recato a Mosca per incontrare il presidente russo Vladimir Putin al Cremlino e fare il punto sulle più recenti evoluzione delle relazioni bilaterali tra i due Paesi. Si è trattato del terzo viaggio di Abe in Russia in poco meno di un anno dopo il suo soggiorno alla dacia di Putin a Sochi dello scorso maggio, che a detta del leader di Tokyo ha segnato l’inizio di un “nuovo approccio” da parte del Giappone, e il successivo summit di settembre 2016 a Vladivostok, corrisposto dal vertice bilaterale russo-giapponese di dicembre in cui anche Vladimir Putin è giunto in visita sul suolo nipponico. Incontri caratterizzati da importanti dichiarazioni di intenti ma durante i quali i due leader, forti di una solida base di consenso in patria e di una aperta visione delle prospettive geopolitiche dei rispettivi Paesi, non sono riusciti a concludere una questione annosa che vizia a monte lo sviluppo del dialogo russo-giapponese: la mancata conclusione di un trattato di pace tra l’Unione Sovietica e il Giappone al termine della Seconda Guerra Mondiale, infatti, ha portato alla creazione di una contesa territoriale riguardante la sovranità delle Isole Curili, occupate dall’Armata Rossa nel corso della sua breve campagna contro le forze armate nipponiche dell’estate 1945 e rivendicate da Tokyo come parte integrante del suo territorio nazionale. Come sottolineato dall’analista geopolitico Jeremy Maxie per The Diplomat in occasione del viaggio di Putin in Giappone, la Russia ha chiarito di “essere disposta a negoziare il trattato di pace alle sue condizioni e di non ritenere in discussione la disputa sulla sovranità territoriale [delle Isole Curili]. Nella visione di Putin incentrata sulla realpolitik, non esiste alcuna disputa territoriale, in quanto la sovranità sulle Curili è stata detenuta dall’URSS, e in seguito dalla Russia, come conseguenza della Seconda Guerra Mondiale”.
L’importanza della posta in gioco è notevole, specie se si considera il rilievo dato tanto da Mosca quanto da Tokyo alla stabilità come presupposto per l’impostazione dei rispettivi processi diplomatici. Il mancato raggiungimento di un accordo sul trattato di pace segnala la presenza di un importante elemento di precarietà che testimonia l’esistenza di una malcelata sfiducia reciproca, che rischia di assorbire al suo interno le importanti prospettive del dialogo russo-nipponico. I due Paesi, infatti, mantengono forti interessi nella cruciale regione del Pacifico Occidentale, e portano avanti, al di là della tensione politica, un processo di sviluppo di protocolli economici congiunti in grado di superare la difficile fase apertasi dopo le sanzioni internazionali a Mosca del 2014. Un risultato positivo conseguito da Putin a Tokyo nello scorso dicembre, infatti, è stato legato ad un rilevante accordo concluso tra il fondo sovrano russo e la banca di investimenti controllata dal governo giapponese per investimenti dal valore di oltre 1 miliardo di dollari in progetti energetici nell’Estremo Oriente siberiano. Tale accordo ponte è stato seguito dall’avvio di oltre 20 progetti bilaterali che, come ricorda l’agenzia TASS, erano tra i principali temi in agenda nel recente dialogo tra Abe e Putin. Essi concernono settori come la chimica avanzata e la farmaceutica, nei quali la Russia punta ad avanzare fortemente dopo aver appagato la sua vorace domanda di capitali di investimento.Le prospettive per l’espansione di un dialogo russo-giapponese esistono: esso potrebbe garantire un nuovo sviluppo all’equilibrio di potere dell’Estremo Oriente, in quanto consentirebbe l’estensione di una nuova linea di collaborazione in grado di sovrapporsi a quella sino-americana e sino-russa, garantendo come conseguenza una maggiore stabilizzazione regionale in un contesto che vede, al giorno d’oggi, le tensioni nella penisola coreana e un persistente deficit di fiducia tra Pechino e Tokyo.
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