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Politica

La Libia rimane un’incognita E il vertice di Palermo può saltare

Adesso c’è una data e c’è una sede ben indicata: la conferenza internazionale sulla Libia si terrà a Palermo il 12 ed il 13 novembre. È un appuntamento fortemente voluto dall’Italia, che scommette molto sulla buona riuscita dell’evento per dare...

Adesso c’è una data e c’è una sede ben indicata: la conferenza internazionale sulla Libia si terrà a Palermo il 12 ed il 13 novembre. È un appuntamento fortemente voluto dall’Italia, che scommette molto sulla buona riuscita dell’evento per dare la propria impronta al futuro del paese nordafricano. I punti all’ordine del giorno saranno tanti, così come gli aspetti da approfondire dopo i recenti scontri che hanno coinvolto Tripoli. Ma la domanda sorge spontanea: saprà il nostro paese ottenere il successo sperato? L’incognita sta proprio nella buona riuscita o meno di un simile evento, che dipende dalla partecipazione di una più ampia platea possibile.

Il silenzio di Haftar

Il primo elemento riguarda la partecipazione di quello che forse, ad oggi, rappresenta l’attore libico più importante per le sorti del paese: il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica in grado con il suo “esercito” di unificare la parte orientale della Libia e con le velleità mai nascoste di allearsi con milizie tripoline per arrivare anche nella capitale. Haftar è da sempre considerato, almeno da quando è tornato prepotentemente sulla scena libica nel 2014, molto vicino alla Francia. L’Italia dal canto suo dal 2016 appoggia il governo “rivale” di Al Serraj, lo stesso cioè voluto dall’Onu ma che a fatica riesce a mantenere il controllo anche del palazzo presidenziale. Di recente però il nostro ministro degli esteri, Enzo Moavero Milanesi, si è recato a Bengasi per incontrare proprio Haftar. Il generale sa che l’Italia ha bisogno di lui, ma che anche lui ha bisogno dell’Italia. Così tra Roma ed Haftar i rapporti sembrano, da qualche settimana a questa parte, poter prendere definitivo slancio.





Ma proprio dal giorno della visita a Bengasi Haftar sembra essere caduto in un silenzio non privo di rumore. Il tempo stringe inesorabilmente, la conferenza di Palermo sarà fra poco più di un mese e l’incognita sulla partecipazione o meno di Haftar appare l’enigma più importante da risolvere. C’è chi azzarda un silenzio che cela una certa severa riflessione da parte del generale. Se va a Palermo, legittimerebbe la pretesa italiana di incidere sul futuro della Libia a scapito della Francia. Se non va, rischierebbe di fare l’esatto opposto. Un dilemma che forse potrebbe essere risolto soltanto nei prossimi giorni, quando il generale può essere nelle condizioni di capire se per davvero in Sicilia c’è in ballo o meno un pezzo importante di futuro (e di interessi) relativi alla Libia.

Le incognite di Usa e Russia

E per comprendere questo, è necessario senza dubbio seguire anche l’atteggiamento in tal senso che verrà da Washington e Mosca. Gli Usa, per bocca del presidente Trump, in occasione della visita del premier Conte hanno garantito un ruolo primario per l’Italia sulla Libia. Dunque dalla Casa Bianca adesso potrebbe arrivare disco verde verso il nostro paese, con conseguente partecipazione di alti ranghi della diplomazia a stelle e strisce al vertice di Palermo. Anche la Russia, che con Haftar è in ottimi rapporti e che da almeno dodici mesi ha intensificato il proprio impegno sul fronte libico, potrebbe non avere particolari riserve sul “legittimare” l’Italia e contribuire al successo della conferenza sulla Libia. Ma dalle parole (e dalle intenzioni dichiarate) ai fatti c’è di mezzo, come si suol dire, il mare. Lo stesso che divide Italia e Libia, lo stesso che, soprattutto dalla caduta di Gheddafi, rappresenta un crocevia essenziale e fondamentale per gli interessi strategici delle potenze sia regionali che mondiali. 

L’atteggiamento di Washington e Mosca potrebbe dipendere dall’equilibrio che si vuole mantenere anche nei rapporti con altri attori del Mediterraneo. Non è un caso che la Francia proprio in questi giorni sembra allinearsi alla politica americana contro l’Iran, con l’Eliseo “En Marche” verso l’inasprimento delle sanzioni e dei rapporti con Teheran. La Francia vorrebbe ridimensionare il ruolo italiano, per far questo una convergenza su alcuni punti di politica estera con gli Usa potrebbero suggerire a Trump ed alla sua amministrazione di non concedere troppo spazio a Roma. Da comprendere anche il ruolo dell’Egitto, paese che con l’Italia di recente ha avuto un’importante impennata nella qualità delle relazioni diplomatiche e commerciali. Il Cairo è principale sponsor di Haftar, la linea egiziana potrebbe essere quella che appare destinata ad influenzare maggiormente le decisioni del generale libico in vista della conferenza di Palermo. 

Una cosa al momento appare certa, ossia l’inconsistenza di Onu ed Ue. È probabile che dal palazzo di Vetro e da Bruxelles arriveranno importanti emissari e rappresentanti in Sicilia, ma il loro ruolo di mediazione sia interno alla Libia che tra gli attori internazionali interessati risulta di fatto poco concludente. Sulla Libia il futuro sarà deciso, come prevedibile, non appena si creerà una equilibrio tra gli interessi (soprattutto di natura petrolifera ed energetica) delle potenze in campo. Solo allora, forse, potrebbero vedersi significativi passi avanti verso la stabilizzazione della Libia. E non è detto che questo avvenga a Palermo, anche se a Roma si cerca di bruciare le tappe per togliere ogni incognita e consolidare il ruolo dell’Italia nel paese dirimpettaio. 

Il clamoroso stop dei servizi segreti: “Non siamo pronti”

A frenare la possibilità di una conferenza a Palermo, sono però i servizi di sicurezza e d’intelligence italiani. Nel corso dell’incontro che ha stabilito il capoluogo siciliano come sede del vertice, sono emerse perplessità segnalate dai vertici della sicurezza al premier Conte. Il problema non risiede nella scelta della sede, visto che la Sicilia ha già ospitato il G7 e di recente Palermo ha ospitato il Papa, ma nei tempi. Sei settimane, secondo gli 007 italiani, sono troppo poche. Bisogna studiare nei minimi dettagli il problema della sicurezza, i percorsi dei leader e degli esponenti politici presenti, bonificare le aree in questione, scegliere con accuratezza i luoghi del vertice e le residenze dei rappresentanti dei paesi stranieri. Bisogna, in poche parole, mettere in piedi un’imponente macchina organizzativa. Dal giorno della riunione di palazzo Chigi al 12 novembre, data di apertura del vertice, ci sono soltanto 40 giorni di tempo. Troppo poco, specie perchè si deve partire da zero visto che fino a settembre quella della conferenza sulla Libia appariva solo come poco più di un’ipotesi. 

Ma non solo. Come rivela il quotidiano La Repubblica, in un articolo a firma di Gianluca Di Feo, i vertici dei servizi segreti e di sicurezza sollevano un caso di non poco conto: i loro mandati sono in scadenza. “Noi siamo scaduti e non possiamo affrontare una partita così delicata”, avrebbe dichiarato a Conte Alberto Manenti, direttore Aise. A fargli eco sarebbe stato anche Alessandro Pansa, a capo del Dis. L’esecutivo gialloverde più volte nei mesi scorsi ha fatto trapelare una possibilità di non rinnovo del mandato ai vertici di Aise e Dis. Pur tuttavia, una decisione non è mai stata presa, per cui sia Manenti che Pansa risultano più come uscenti che come direttori nel pieno dei loro rispettivi poteri. La puntualizzazione dei vertici dei servizi di sicurezza, oltre ad essere un’oggettiva constatazione, potrebbe essere vista come una sollecitazione affinché, dall’esecutivo, si chiarisca la posizione sulle cariche in questione. Intanto però, oltre alle incognite esterne, a Palazzo Chigi ed alla Farnesina si prende nota anche di un’incognita tutta interna circa la buona riuscita del vertice siciliano. 

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