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Traino del Regno Unito nei 70 anni in cui Londra ha perso il suo impero e tentato di non depauperare tutto quanto aveva creato nel corso dei secoli precedenti, la regina Elisabetta II ha avuto anche il compito di guidare il suo Paese quando questo è intervenuto militarmente nei vari angoli del mondo. Senza decidere quando e come intervenire, come prevede del resto l’ordinamento inglese, ma rappresentando l’unità dei sudditi britannici legati dalla corona nei momenti più difficili, sia dal punto di vista interno, sia nelle mosse da potenza internazionale spesso visti come ultimi gesti imperiali pur avendo terminato la “traslatio imperii” da Londra a Washington.

Elisabetta II, che da giovane ha vissuto sulla propria pelle l’impegno britannico nella guerra contro il Reich hitleriano, ha avuto modo di guidare il Regno in conflitti più o meno importanti per la storia del Paese ma che hanno inciso sensibilmente nel presente di Londra. Dopo la guerra di Corea, ultimo conflitto a cui ha assistito da erede al trono, Elisabetta, come capo dello Stato, ha subito come prima grande crisi internazionale e interna l’onta di Suez. In quell’occasione, Londra comprese probabilmente in modo duro ma inequivocabile la fine di un sogno di gloria fatto di una proiezione di forza che andava dalla Manica all’Oceano Indiano e di una autonomia d’azione che ora passava sotto l’egida di Washington.

Il trauma di Suez, che colpì la Gran Bretagna in uno dei suoi punti più sensibile, il mare, fu riparato in parte solo qualche decennio dopo con la guerra delle Falkland, altro conflitto che vide la sovrana inglese al fianco delle decisioni del governo – in quell’occasione guidato da Margaret Tatcher. La vittoria sull’Argentina per una delle ultime colonie britanniche nell’Atlantico, ha rappresentato un episodio particolarmente importante nella storia recente del Paese: una vittoria che servì anche per ricompattare un Regno come detto annichilito da Suez e preoccupato anche per la difficile situazione interna.

Tra questi due conflitti esterni, si iniziava a inasprire un diverso ma inquietante e più che sanguinoso conflitto che per decenni ha sconvolto l’Irlanda del Nord e diversi territori del Regno: quello tra gli unionisti irlandesi e i fedeli di Sua Maestà. I “Troubles”, come viene chiamato il lungo periodo di conflitto tra le due parti, funestarono il Paese con attentati terroristici, morti, e una spaccatura non solo interna all’Irlanda, ma che ha investito inevitabilmente tutto il territorio della corona. Elisabetta II, come simbolo dell’unità nazionale di fronte alle spinte separatiste, rappresentava quindi la figura che doveva garantire la stabilità dell’ordinamento di fronte a una guerra intestina che ha lasciti visibili ancora oggi. Tensione che ha avuto il suo momento di svolta con gli Accordi del Venerdì Santo ma che è importante anche perché per Londra i separatismi continuano a essere un elemento nevralgico non solo per la sicurezza, ma addirittura per la sopravvivenza dell’idea di uno Stato come lo intendiamo oggi.

Con il finire della Guerra Fredda, stagione che vide il Regno in prima linea nel sistema Nato per fronteggiare – senza mai arrivare allo scontro diretto – l’Unione Sovietica, Elisabetta II si è ritrovata poi a guidare il Paese (pur ovviamente senza poter prendere decisioni esecutive) in tre conflitti fondamentali per il mondo di oggi: quello nella ex Jugoslavia, quello in Afghanistan e le guerre in Iraq. Due di essi, in Afghanistan e la seconda guerra del Golfo, uniti dalla guerra al terrore avviata da Washington contro le organizzazioni terroristiche di matrice islamica. In questi conflitti, la Gran Bretagna è intervenuta attraverso un capillare lavoro di intelligence e con tutte le forze armate, ritagliandosi un ruolo da protagonista pur saldamente ancorato alla strategia degli Stati Uniti. Caratteristica che si è ripetuta successivamente anche in Siria, dove il Regno ha partecipato alla coalizione internazionale contro l’Isis e contro Bashar al Assad, e poi in Libia, per decapitare il regime di Muhammar Gheddafi.

Oggi il Regno Unito è soprattutto una delle principali potenze coinvolte nel supporto dell’Ucraina per resistere all’invasione russa. Il governo di Boris Johnson è stato da sempre caratterizzato dall’intransigenza verso Mosca e dal pieno supporto militare all’esercito di Kiev, ma nel silenzio che ha caratterizzato la Royal Family nei mesi di guerra, Elisabetta II ha lanciato due segnali inviando una donazione a favore della popolazione colpita dalla guerra e inviando un messaggio al governo ucraino per la festa dell’indipendenza. Il compito della monarchia, del resto, non è apparso sin dall’inizio del conflitto quello di esporsi in maniera diretta sull’intervento di Londra, visto come un tema di stretta competenza governativa. Ma è simbolico pensare che la personalità pubblica di Elisabetta iniziò a formarsi in guerra, al fianco del padre, e si è conclusa di nuovo in una guerra – pur non direttamente sul campo ma altrettanto mondiale – che ha investito l’Europa.

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