Gli ultimi sei mesi hanno rappresentato una vera e propria rivoluzione geopolitica per gli Emirati Arabi Uniti, ricca e dinamica potenza mediorientale che si trova oggi di fronte a molte sfide e all’esito di cambiamenti che proprio le ambizioni di Abu Dhabi hanno contribuito a sdoganare. Da dicembre a oggi gli Emirati hanno: appoggiato un tentativo, infruttuoso, di ribaltare lo Yemen tramite il Southern Transitional Council (Stc); rafforzato l’appoggio ai ribelli delle Forze di Supporto Rapido (Rsf) nella guerra civile in Sudan contro il governo centrale di Khartoum; conosciuto l’ampliamento dell’asse regionale con Israele anche con vista Somaliland (di cui Tel Aviv riconosce l’indipendenza); sostenuto l’urto della risposta regionale dell’Iran all’assalto dello Stato Ebraico e degli Usa durante la Terza guerra del Golfo; effettuato, senza sbandierarli, attacchi contro obiettivi di Teheran in risposta ai raid missilistici della Repubblica Islamica contro i porti e i tanker energetici; da ultimo, ma forse soprattutto, rotto con l’Opec, il cartello mondiale del petrolio, e in particolare con l’Arabia Saudita che aveva fermato le ambizioni emiratine in Yemen.
Parliamo di una quantità di mosse compiute o subite dal Paese del presidente Mohammed bin Zayed che si inseriscono nel perimetro di una profonda ridefinizione del Medio Oriente e delle sue alleanze, dove vecchi blocchi vanno gradualmente liquefacendosi e nuove strutture prendono forma. Gli Emirati Arabi Uniti sono governati da un élite arrembante, militarista, da un principe borgiano come MbZ e da figure comparabili come Tahnoun bin Zayed Al Nahyan (responsabile della sicurezza nazionale) che orchestrano le operazioni d’intelligence, di proiezione e di ampliamento dell’influenza emiratina nell’area. Spesso mostrando anche un’indubbia tracotanza e una smodatezza negli obiettivi e nella loro incongruenza con i mezzi a disposizione per realizzarli.
Le frecce all’arco degli Emirati
Abu Dhabi ha dalla sua un ruolo importante e strutturale nel Golfo e una capacità di interconnessione su molti fronti: il Paese arabo è infatti al contempo membro dei Brics, ove entrò nel 2024, e del framework degli Accordi di Abramo che proprio gli Emirati avviarono assieme al Bahrain, siglando il mutuo riconoscimento con Israele sotto l’egida americana nel 2020. Nel quadro di riconfigurazione del Medio Oriente, il Paese ha provato a lungo a presentarsi come sistema “pontiere” tra diversi scenari conflittuali e come hub strategico in un mondo competitivo.
Nei fatti, però, il suo posizionamento è sempre più emerso nella direttrice delle potenze revisioniste dell’ordine macroregionale, ben oltre l’Asia Sud-Occidentale. Da qui l’asse privilegiato con Israele, con cui Abu Dhabi condivide la necessità di proiettare influenza contro eventuali egemoni o intrusi esterni, individuati essenzialmente nell’Iran e nella Turchia, e da qui la saldatura tra diverse agende geopolitiche: la volontà di Tel Aviv di diventare un vero e proprio impero d’area impermeabile a ogni sfida dall’esterno, destrutturando rivali come l’Iran, si somma alle ambizioni economiche, minerarie e militari degli Emirati nell’area del Mar Rosso e alla spinta verso il Sudan, in cui Abu Dhabi fronteggia indirettamente la Turchia garante del governo di Khartoum, e in prospettiva a grandi progetti geoeconomici e geologistici.
La sfida degli Emirati, agenti del caos
Tra questi, in particolar modo, gli Emirati sono tra i principali fautori del Corridoio Indo-Mediterraneo (Imec) che l’India di Narendra Modi progetta come infrastruttura d’interconnessione oggi più che mai dirimente dato il blocco dello Stretto di Hormuz, con un occhio a Israele e uno all’Unione Europea. Parimenti, però, la Turchia programma il suo Middle Corridor per guardare verso l’Eurasia profonda offrendo un sistema potenzialmente rivale.
In definitiva, la guerra in Iran pone in emersione tutte le contraddizioni del caso, facendo emergere lo iato tra revisori aggressivi, strateghi imprevedibili e sistemi competitivi, e gli Emirati pian piano, senza ammetterlo, fanno una scelta. Il Paese che aveva già preferito l’India e le sue rotte alla Cina, che pure investe nel suo settore dell’intelligenza artificiale, e già aveva scelto Israele rispetto ai partner arabi di cui ha voluto a lungo ergersi a garante ha, da ultimo, rotto con l’Arabia Saudita, in Yemen prima e con lo strappo con l’Opec di inizio maggio poi. Una mossa, quest’ultima destinata a far rumore, apprezzata dagli Usa e malvista a Riad, con cui si vuole piuttosto riconfigurare una nuova architettura per il sistema energetico internazionale. In un certo senso, gli Emirati scelgono da che parte stare: da quella degli agenti del caos, su ogni scenario. Nella consapevolezza che nella linea d’ombra del caos stesso le loro fortune potrebbero meglio prosperare. Una strategia ardita, cinica ma non priva di fattori di rischio. E su cui lo stesso Paese mediorientale gioca tutta la sua credibilità.