Le giravolte di Boris Johnson sull’Ucraina

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Non è più primo ministro, ma in queste settimane si sta dando un gran da fare per darlo a credere. Stiamo parlando di Boris Johnson, ex premier britannico in carica dal 2019 al 2022, divenuto famoso in Patria e al di là della Manica per aver portato a compimento la Brexit e per essere stato un irriducibile sostenitore di Kiev nella guerra contro Mosca. Il conflitto in Ucraina, per l’appunto, è diventata ultimamente la materia preferita da “BoJo” (soprannome con cui è chiamato in gergo giornalistico) e  rispetto alla quale ama dispensare interventi quasi come se ambisse a diventare il primo della classe nonostante non ricopra più nessuna carica pubblica. Recentemente, in occasione della conferenza Yalta European Strategy – evento organizzato dalla Viktor Pinchuk Foundation, entità filantropica ucraina – ha elogiato l’accordo abbozzato dagli americani relativamente all’estrazione di terre rare e risorse minerarie che popolano il sottosuolo ucraino per valore di centinaia di miliardi di dollari. “Guardo questo documento e vedo cose positive per l’Ucraina” ha commentato l’ex inquilino di Downing Street, aggiungendo anche che tale compromesso contiene i semi della speranza e del progresso facendo un parallelismo con il Lend-Lease Act del 1941, la legge firmata da Franklin Delano Roosevelt che permise di stabilire le modalità di rimborso da parte dei Paesi beneficiari degli aiuti statunitensi durante la lotta alle potenze dell’Asse. 

Johnson ha asserito che l’accordo è un primo passo per dare forma a un futuro in cui l’Ucraina possa essere libera e sovrana e raggiungere uno stato di pace auspicabilmente duratura. Fermo restando che difficilmente l’accordo proposto dalla Casa Bianca possa vedere la luce a breve dopo l’alterco andato in scena tra Trump e Zelensky nello Studio Ovale, fa specie vedere Boris Johnson nella veste di pontiere per il processo di pace, se si considera che quando questa era a portata di mano già nel 2022 ne fu uno dei sabotatori. 

La pace a ramengo 

Correva l’anno 2022, le ostilità tra Russia e Ucraina erano iniziate da poco più di un mese e mentre sui media scorrevano le immagini cruente e drammatiche dei combattimenti, dietro le quinte la diplomazia lavorava alacremente per un negoziato. A marzo di quell’anno i rappresentanti di Kiev e Mosca avevano messo in piedi un compromesso che impegnava ambo le parti a fare un passo indietro rispetto alle aspirazioni che avevano acceso la miccia del conflitto. Da un lato Zelensky si sarebbe impegnato a rinunciare all’entrata del suo Paese nella Nato e ad alleanze militari organiche con potenze occidentali, dall’altro Putin avrebbe ritirato le truppe dal Donbass e chiesto il riconoscimento della sovranità del Cremlino solo sul territorio di Crimea (la penisola annessa alla Federazione russa nel 2014 senza l’avallo della comunità internazionale).

Tutto era pronto e mancava solo la firma delle controparti, ma qui entrò in gioco lo zampino della perfida Albione. BoJo volò a Kiev, con la benedizione di Joe Biden, per dissuadere Zelensky dalla sottoscrizione di qualsiasi accordo con Mosca asserendo che “Putin è un criminale di guerra, va messo sotto pressione” e che il Regno Unito insieme ai partner europei e americani avrebbe continuato a fornire armi e finanziamenti a sostegno della loro causa. 

I piani di Boris  

Dietro all’iniziativa di Johnson nei panni di “sabotatore” della concordia nell’Est Europa, forse si celava un disegno più grande che in questi anni gli appassionati di geopolitica hanno conosciuto come “Global Britain”. Il concetto è stato partorito nei milieu del Partico Conservatore dove, nell’era Post-Brexit, si nutre l’ambizione di rispolverare la tradizione mercantilistica del passato per fare della Gran Bretagna una potenza geostrategica mondiale dal momento che si è tolta la camicia di forza di Bruxelles. 

Il progetto della Global Britain prevedeva (e prevede) un’incrinatura delle relazioni russo-europee per potersi presentare agli occhi dell’Unione europea come un partner affidabile, insieme agli Stati Uniti, nella protezione del vecchio Continente dalle mire espansionistiche dell’Orso russo. Non è un caso, che dal 2020 le spese per la difesa, gli armamenti e la sicurezza siano lievitate di parecchio e ci sia stata una graduale integrazione delle iniziative delle Forze Armate e delle agenzie di intelligence. Non solo, l’obiettivo della Global Britain è quello di azzerare l’approvvigionamento energetico dalla Russia mediante il potenziamento di alcuni settori industriali come il nucleare facendo squadra, di conseguenza, con l’alleato a stelle e strisce che durante l’amministrazione Biden aveva tutto l’interesse a vedere chiusi i rubinetti del gas russo per avere gli europei con le spalle al muro e costretti de facto ad acquistare gas naturale made in Usa. 

Spesso su queste colonne vi abbiamo parlato che il conflitto in Ucraina era una guerra per procura tra le maggiori potenze militari e che il motore del conflitto sia stato alimentato da interessi economico-finanziari. Johnson non ha mai perso occasione per ribadire l’importanza delle forniture di armi e denari a Kiev e, dunque, fa piacere che con il cambio di guardia alla Casa Bianca tra Biden e Trump abbia sposato l’idea che un tentativo di negoziato con il Cremlino vada compiuto a differenza dell’establishment europeo che vorrebbe armare l’Ucraina fino ai denti nonostante quasi tutti gli analisti geopolitici vedano la Russia vittoriosa sul piano militare. Di contro, se l’ex premier britannico non avesse fatto saltare il banco nella primavera 2022 quest’anno non ricorrerebbe il terzo anniversario dei combattimenti, l’economia europea non sarebbe sull’orlo del baratro e, cosa drammaticamente rilevante, tante vite umane non sarebbero state spezzate. Per tutte queste ragioni, un mea culpa pubblico sarebbe cosa apprezzata.