Le relazioni tra le Filippine e gli Stati Uniti non sembrano essere più così solide come un tempo. Protagonista della svolta il presidente della ex colonia Rodrigo Duterte che intende portare avanti una politica estera molto più indipendente rispetto ai predecessori e di distensione verso la Cina.

Come riportato da Russia Today, Duterte ha lanciato dei segnali precisi: «Sono in procinto di attraversare il Rubicone con gli Stati Uniti – ha affermato -. Si tratta di un punto di non ritorno».

Il presidente delle Filippine ha ribadito la necessità di avere relazioni più strette con la Russia e la Cina, le due nazioni che hanno sfidano l’ambizione americana nella leadership globale, pur non senza rompere completamente i legami con gli Stati Uniti ma cercando altresì di rimarcare la propria indipendenza.

«Non romperò l’alleanza con gli Stati Uniti – ha precisato il presidente – ma vogliamo collaborare con la Cina e con la Russia, Medvedev attende la mia visita».

Mercoledì, nel corso di una visita ufficiale ad Hanoi, in Vietnam, Duterte è tornato sull’argomento, aggiungendo un ulteriore elemento molto significativo: «Quella che si terrà fra pochi giorni sarà l’ultima esercitazione militare congiunta tra le Filippine e gli Stati Uniti – ha dichiarato -. L’alleanza militare continuerà ad esserci, e manterremo il patto firmato tra le nostre nazioni nei primi anni’50. Ma non vogliamo giocare alla guerra contro la Cina».

Le esercitazioni militari congiunte di Stati Uniti e Filippine si terranno fra pochi giorni, dal 4 al 12 ottobre sulle isole di Luzon e Palawan. Vi parteciperanno circa 1400 soldati statunitensi provenienti da Okinawa e 500 soldati filippini: tutto ciò si svolge a poche settimane dal Joint-Sea 2016, la quinta esercitazione navale annuale congiunta di Cina e Russia tenutasi quest’anno dal 12 al 19 settembre nelle acque orientali di Zhanjiang, nella provincia di Guangdong, nel Mar Cinese Meridionale.

Nel frattempo, il Ministro degli Esteri Perfecto Yasay Jr. ha cercato di minimizzare le dichiarazioni di Duterte, insistendo sul fatto che sarebbero state prese fuori dal contesto e che l’intento era semplicemente quello di ribadire la decisione di non pattugliare il Mar Cinese Meridionale, teatro dello scontro geopolitico tra Cina, Usa e Filippine negli ultimi mesi; lo scorso luglio 12 luglio, infatti, la Corte permanente di arbitrato dell’Aja (Pca), che dirime le dispute internazionali sui territori marittimi, ha deciso che gran parte delle aree marittime rivendicate da Pechino sarebbero in realtà acque internazionali, dando ragione alle Filippine e accogliendo le istanze contenute nella causa avviata dal precedente governo di Benigno Aquino III.

Rodrigo Duterte, tuttavia, non ha alcuna intenzione di forzare la mano su questo punto con la Cina – come invece invocato dagli Stati Uniti e dallo stesso presidente Barack Obama – sottolineando in più occasioni la necessità di risolvere la diatriba in maniera pacifica e attraverso la diplomazia.

Le Filippine sono un alleato storico degli Stati Uniti nel sud-est asiatico, una sorta di baluardo contro l’influenza cinese. Le relazioni sono deteriorate negli ultimi mesi con l’arrivo al potere di Duterte lo scorso maggio, criticato dalla Casa Bianca e dalla comunità internazionale per i metodi autoritari e la violenza con cui ha affrontato la battaglia contro i narcotrafficanti del suo Paese.

Il «Donald Trump delle Filippine» – così è stato definito da alcuni osservatori – non aveva preso di buon grado quelle critiche e aveva persino insultato pesantemente Barack Obama, innescando un incidente diplomatico che ha fatto salire la tensione tra i due Paesi storicamente alleati.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE