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Sono finiti i tempi in cui la Belt and Road Initiative avvicinava la Cina alle Filippine. Nel 2023 è infatti arrivata la rottura: Manila ha preso le distanze dal progetto infrastrutturale del Dragone. Il motivo ufficiale? I cinesi si erano impegnati a stanziare quasi 5 miliardi di dollari per costruire tre linee ferroviarie sul territorio filippino, due a Luzon e una a Mindanao, ma all’atto pratico da Pechino non sarebbero arrivati segnali di vita.

Senza denaro sul tavolo, il governo del neo presidente Ferdinand Marcos Jr. avrebbe così deciso di smarcarsi dalla Nuova Via della Seta. In realtà questa retromarcia coincide con altre due ragioni. La prima: il susseguirsi di numerosi scontri e incidenti nel Mar Cinese Meridionale, in particolare nelle aree contese e da tempo rivendicate dai due Paesi. La seconda: Marcos Jr, al contrario del predecessore Rodrigo Duterte, sin dalla sua salita al potere (2022) ha scelto di (ri)avvicinarsi agli Stati Uniti in materia di politica strategica.

Del resto, molto prima dell’abbraccio tentato da Xi Jinping, le Filippine erano stabilmente inserite nell’orbita Usa, con i quali tra l’altro sono legate dal Trattato di Mutua Difesa firmato nel 1951. Non solo: Washington e Manila sono unite anche da un Accordo di cooperazione rafforzata per la difesa (Edca, 2014). E ora che il dossier Taiwan sta diventando sempre più scottante le Filippine, per via della loro geografia, stanno sempre più assumendo i connotati di un avamposto statunitense a pochi passi da Taipei.

L’importanza strategica delle Filippine

A Luzon, dove sarebbe dovuta sorgere una ferrovia cinese, gli Stati Uniti hanno indirettamente consolidato la loro presenza modernizzando alcune basi militari filippine. Tra i nove siti complessivi che potranno essere impiegati dagli Usa, secondo gli accordi “per condurre operazioni umanitarie e di soccorso durante le emergenze e i disastri naturali”, troviamo così la base navale Camilo Osias a Sta Ana e l’aeroporto di Lal-lo, entrambi nella provincia di Cagayan; Camp Melchor Dela Cruz, a Gamu, provincia di Isabela; e Balabac, a Palawan.

Attenzione alle loro ubicazioni geografiche: Isabela e Cagayan si trovano sull’isola principale di Luzon, rivolta a Nord verso Taiwan, mentre Palawan è vicino alle Isole Spratly – contese tra Manila e Pechino – nel Mar Cinese Meridionale. Certo, le autorità filippine hanno specificato che Washington non potrà sfruttare le suddette basi per finalità diverse da quelle incluse nell’Edca, ma a Taiwan la situazione è sempre più esplosiva e le Filippine rappresentano per gli Usa un ariete perfetto con il quale caricare la Cina nel proprio “cortile di casa”.

Ferdinand Marcos Jr. ha nel frattempo legato la politica estera filippina a quella statunitense, lasciando intendere che gli interessi di Manila in Asia siano identici agli interessi di Washington. Il risultato? Il governo filippino è ben felice di accogliere armamenti statunitensi in patria nel bel mezzo delle crescenti tensioni con la Cina.

Dagli Usa alla Cina e viceversa

La stagione di Duterte era molto diversa. L’ex presidente filippino aveva infatti più volte sottolineato il suo orientamento anti americano e filo cinese. Nel 2016, a Pechino per un viaggio istituzionale, dichiarava di fronte a Xi Jinping che era “tempo di dire addio a Washington”. La Cina era “una buona amica” e gli investimenti della Belt and Road un’opportunità per Manila, che in quel periodo aveva persino minacciato di sospendere ogni esercitazione militare congiunta con gli Usa.

Le rivendicazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale e la crescente assertività cinese nella regione avrebbero tuttavia mandato in frantumi la luna di miele tra Duterte e il Dragone. Poi c’è stata la caduta dell’uomo forte di Manila e al suo posto è arrivato Ferdinand Marcos Jr. L’inversione a U di Manila è a quel punto diventata netta e il governo filippino è tornato saldamente sotto l’ombrello statunitense.

E Pechino? Non si è rassegnato. Come ha scritto l’Economist, da gennaio in poi le autorità filippine hanno arrestato più di una dozzina di cittadini cinesi e presunti complici filippini con l’accusa di spionaggio. “Ora la Cina sta tentando nuovi metodi per ottenere influenza nelle Filippine, tra cui spionaggio, corruzione e pressioni sui filippini di origine cinese, che si contano a milioni”, ha scritto il settimanale. È insomma appena iniziata una nuova partita (indiretta) tra Usa e Cina. La posta in palio? Le Filippine.

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